Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 6 La prima comunione Quando i miei genitori mi mandano nella chiesa di San Bartolomeo di Staglieno per prepararmi alla prima comunione, ci vado emozionato, convinto di vivere un momento importante. Sotto i lecci secolari del piazzale della chiesa c’erano le mamme con i bambini che aspettavano l’apertura dell’oratorio. Dietro ordine del curato, le suore ci dispongono in gruppetti, e mi sembrano rugose e fredde. Solo una era diversa, gentile, cicciottella. La fortuna mi assiste, Suor Lucia diventa la mia insegnante prediletta ed io uno dei suoi allievi più affezionati. I suoi gesti, la sua voce e la sua grazia erano armoniosi. Dopo essersi informata sulle preghiere e nozioni religiose che già conoscevamo, ci loda e procede in questa maniera: «Per oggi, miei cari bambini, basta così. Adesso voglio raccontarvi un fatto!» E di fatto in fatto, suor Lucia ci farà studiare poco la dottrina. I suoi racconti sono tutti a sfondo religioso, ci sono angeli che vanno in paradiso e diavoli che rimangono all’inferno, gli uni mi procurano esaltazioni di gioia, gli altri brividi di paura. Non sentirò mai più fatti così belli. Le lezioni di catechismo continuano fino in primavera, quando un pomeriggio suor Lucia annuncia che per ordine del vescovo dobbiamo sapere a memoria gli atti di speranza, di fede, di carità e di Dolore, e che saremo interrogati da religiosi venuti da fuori per accertare il nostro grado di preparazione. È disperazione totale. Solo Guido tra noi li sa perché viene da una famiglia pia, di solida tradizione religiosa. Io so l’atto di dolore, imparato in prima elementare, ma da mia madre non li ho certo imparati perché o prega sottovoce o non prega. Con mio padre qualche volta preghiamo a letto, ma lui prega in latino senza capire il significato delle parole, ed io le ripeto a pappagallo. Per fortuna l’interrogazione alla fine si rivela solo uno stratagemma per farci studiare e suor Lucia, nella sua grande magnanimità, ci promuove tutti. La confessione è più difficile perché, per quanto mi sforzo, non ricordo nessun peccato. Dopo avere recitato l’atto di dolore, il sacerdote mi incoraggia, comprensivo: «Dài, vuota il sacco!» Ci provo, non vedo macchie nere sulla mia anima candida e glielo faccio presente. Tra i peccati che mi
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