Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 In officina nessuno sa chi frequenta Armando nelle ore libere, ma ecco che un giorno mi annuncia che ha trovato la ragazza giusta e che si sposa. Sono sorpreso perché ogni volta che azzardavo un cenno all’amore ha sempre tagliato corto. A un convegno di partito ha conosciuto una ragazza istriana che era venuta ad ascoltare il dibattito in compagnia della sua zia Busca, titolare di una pescheria in centro città ritenuta la prima di Genova per giro d’affari e la più popolare per i prezzi contenuti, al punto che alcuni venditori ambulanti preferiscono rifornirsi da lei invece che al mercato di piazza Cavour. Saputo che la zia è vedova senza figli e che la ragazza è l’unica nipote, Armando ha manifestato il suo amore per la ragazza e lei ha corrisposto. Il giovanotto è piaciuto anche alla zia e le nozze sono state fissate nello stretto giro di tempo neccessario per espletare le formalità del caso. Domando a Armando se si sposerà in chiesa o in municipio e mi risponde che lo faranno in chiesa aggiungendo quasi per scusarsi che nessuno di loro tre ha simpatie per i preti ma che lo ritengono opportuno per la posizione della zia. Di tutto il personale dell’officina, solo io e un altro operaio siamo invitati alle nozze, che hanno luogo in un’antica chiesa del centro storico officiate in gran pompa da tre preti serviti da quattro chierichetti. Durante l’omelia il prelato principale spiega, tra altro, che ai genitori spetta di educare i figli secondo gli insegnamenti di santa madre chiesa, fuori della quale non c’è salvezza ecc. ecc. Alla cerimonia religiosa segue il rinfresco da Capurro. Mi avvicino agli sposi per congratulami e salutarli, ma Armando è circondato da personaggi dell’ambiente del mercato all’ingrosso del pesce e da titolari di pescherie. M sistemo con l’altro operaio a un tavolino di lato e ci godiamo la scorpacciata di pasticcini e spumante. Quando avevo cominciato a lavorare nell’Officina Campanella in Porto, i fabbri da banco erano tre e lavoravano in portineria. Poi sono diventati cinque, sono stati integrati nel reparto calderai con un bancone contro il muro esterno e adesso ognuno ha la sua morsa e il cassettone degli attrezzi. Per evitare qualsiasi distrazione durante il lavoro le vetrate sono state murate fino a un’altezza tale che nonostante la pedana di legno i due fabbri più alti di statura vedono solo la punta degli alberi delle navi e il cielo. Il fabbro più anziano dei cinque, tarchiato ma scattante, viene chiamato Marina perché il giorno del congedo la sua nave da guerra si trovava in Giappone e così i normali cinque anni di ferma per lui erano diventati sei. Al

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