Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Carmen ha cambiato posto e adesso lavora a Bassecourt nella parte occidentale di Delémont in una ditta che produce tasti per macchine da scrivere. Viaggia in treno, ha più amiche che a Vicki, molte italiane, ha migliorato la paga e percepisce il cottimo. Là non le riconoscevano la produzione straordinaria, non esisteva il bonus, le imponevano di comprare le scarpe scartate dal controllo e le discussioni non finivano mai. Nello stesso reparto a Bassecourt lavora anche Maria Rosa, la moglie di Vince, che lavora alla Rondez. Pur non avendo ancora trent’anni è già disfatta dalle gravidanze, ha le gambe straziate dalle vene varicose, è priva di forze e di spirito. La sera quando scende dal treno a Delémont, va prima a prendere i bambini dalla paesana che glieli tiene, fa la spesa e poi a casa prepara la cena, mentre il marito rivendica il diritto del capo famiglia e pretende di essere servito. Le compagne di lavoro vorrebbero fare qualcosa per aiutarla, ma Maria Rosa le prega di non intervenire. Le meno caritatevoli dicono che tra moglie e marito non bisogna mettere il dito, tra non molto sarà nuovamente incinta. Come noi uomini italiani lavoriamo quasi tutti alla Rondez, così quasi tutte le nostre donne italiane lavorano a Bassecourt. Tra chiacchiere e pettegolezzi conosciamo le storie di varie coppie. Una di queste alloggia nello scantinato di un vecchio stabile. Lui, Elodia, scherza con tutti, ride volentieri, tronca qualsiasi argomento serio, rimane sempre sul vago. Il sabato consegna i panni sporchi del lavoro settimanale ad Antonio, il manovale, cui lascia una mancia per lavarli. Lei, Arianna, è più vecchia del suo uomo e di questo soffre molto. Pazzamente innamorata lo l’accetta così com’è, racconta alle compagne sul treno che è felice solo con lui. Per paura di perderlo gli fa da schiava, la domenica gli lava i piedi nel catino. «Eppure è una ragazza intelligente — dicono le donne che lavorano con lei — ha studiato!» Negli ultimi due anni di guerra Elodia è stato internato in un campo di concentramento nazista in Polonia. I suoi compaesani diffidano di lui. C’è chi dice che nel cumulo delle ossa umane al lager lui estraeva con una picchetta uncinata i frammenti d’oro dei denti e con il ricavato comprava i favori dei kapò. Comunque riuscì a salvare la pelle e tornare a casa tutto d’un pezzo. Un giorno infausto arriva la notizia che i russi hanno attraversato la frontiera ungherese con i carri armati e stanno dirigendosi verso Budapest per sedare una rivolta contro il governo. Si teme che invaderanno l’Europa,
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