Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 nostra, si conoscevano vita, morte e miracoli, che spesso servivano a eterne recriminazioni. Tra amori ed odi, amicizie e invidie, i contadini competevano tra di loro, anche con acrimonia. Le simpatie erano più rare e più blande. Nella mia innocenza, non riuscivo ad immaginare come avrei fatto da grande a tenere conto di tutti quei risentimenti, che parevano indispensabili per sopravvivere. A Preli c’erano due botteghe di alimentari e tre osterie con il gioco delle bocce. Le case non avevano acqua corrente né fognatura. Per l’acqua, si dipendeva dalla cisterna che raccoglieva quella piovana, dal pozzo scavato in profondità o da qualche avara sorgente. Per l’illuminazione, alcuni lampioni a gas brillavano fiochi nella notte disposti a considerevole distanza l’uno dall’altro. Nei giorni festivi non si festeggiava il santo patrono, che non c’era. Infatti mancava anche la chiesa, e per la messa i più devoti andavano alla parrocchiale di San Bartolomeo di Staglieno camminando lungo la via dell’Acquedotto Municipale. A nord della piazza, inizia la salita Preli. A sud un brevissimo passo carraio conduce alla scuola Giuseppe Mazzini, dove una mattina dell’ottobre 1936 sono entrato per la prima volta accompagnato da mamma Linda. Indossavo il grembiulino nero con il colletto bianco e il fiocco azzurro. Mia madre, ossessionata dai miei capelli a spazzola, continuava a ripetere: «Stanno ritti come fili di ferro!» E li aveva impastati con molta brillantina solida, con scarso effetto. In primavera fioriscono i mandorli e i ciliegi, che insieme ai fiori di campo, ne fanno il più bel paese del mondo. I monti, i corsi d’acqua, gli alberi mi appartengono, e nello stesso tempo io appartengo a loro. A fine estate, con le prime piogge cadute sul terreno ancora caldo, il babbo ed io andiamo sui monti in cerca di funghi. Mi pare di vivere un sogno. Ma un giorno nuvole basse e nere, stracolme d’acqua, ci colgono all’improvviso, ripariamo sotto i castani e il tuono mi spaventa. La maestra ha detto che durante i temporali è pericoloso sostare sotto gli alberi, ma adesso c’è papà Giovanni, le sue parole mi rassicurano e con l’acqua troveremo più funghi. Anche lui è venuto su questi monti fin da piccolo insieme al padre e ai fratelli. Conosce i diversi funghi, mi insegna a distinguere quelli da seccare da quelli con cui fare il sugo o da cucinare in padella. E sono orgoglioso di essere suo figlio.
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