Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 ha qualche anno in più di lui. Niente da eccepire, siamo tutti e due adulti, è tempo che ognuno prenda la sua strada. Io non voglio rimanere in Svizzera, tra qualche anno sarà troppo tardi. Avverto Schultz che ho deciso di lasciare il lavoro e andare lontano, oltremare. Mi chiede se non sono contento alla Rondez, dove intendo andare. « En Australie! » è la mia risposta, non ho niente contro di lui o contro la ditta: «Ho passato in questa officina più di tre anni, ho imparato molte cose, porterò con me l’esperienza.» Schultz non dubita della serietà delle mie intenzioni e non avanza nessuna proposta per trattenermi. Non passa un’ora e arriva Giacomo per dirmi che hanno licenziato anche lui. È colpa mia, sono vendicativi. Me l’aspettavo e anche lui ci aveva pensato, intende andare in Germania, dove hanno detto che c’è lavoro nell’edilizia. Non ci resta che disfarci delle cose superflue e non trasportabili. Regalo un paio di dipinti ad Argenti, l’operaio che mi aveva avviato alla pittura, gli altri li vendo per pochi soldi agli svizzeri, perché i connazionali appena sanno che qualcuno va via si affrettano a fargli visita per avere gratis o comprare a prezzo stracciato quello che non porterà con sé. L’ultimo giorno di lavoro l’ufficio del personale mi trattiene trecento franchi della cauzione per assicurarsi che lasceremo l’appartamento in ordine e pulito come lo abbiamo trovato. Pino, alcuni soci del Circolo e alcuni amici vengono con le rispettive consorti ad aiutarci a fare bagaglio. Li riuniamo l’ultima sera in casa per una festicciola e ci scambiamo gli auguri per il futuro e la promessa di scriverci. La mattina seguente, mentre dalla stazione di Delémont il treno si avvia verso Genova e Preli, rivolgo l’ultimo sguardo a Courroux, dove nel piccolo cimitero è rimasta mamma Linda. Chiudiamo così la parentesi svizzera. È il novembre del 1958. Tre mesi dopo, nel gennaio del 1959, salpiamo verso l’Australia.
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