Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 periodo era in Svizzera, racconta del suo lavoro in ufficio, che c’erano tanti profughi da identificare e sistemare, molta gente per bene arrivata senza il visto d’ingresso e dunque internata. Gli altri due ospiti non mostrano di voler parlare e comincia il dibattito ma nessuno osa fare domande. Alcuni connazionali hanno il passaporto che scade e si avvicinano agli ospiti chiedendone il rinnovo. Pino prende la parola e invita alla calma, con un po’ di pazienza si parlerà anche dei passaporti, ma si tratta di pratiche burocratiche di routine da espletare a Berna. Nel tranbusto un operaio grida forte: «E della Resistenza quando ne parliamo?», un altro risponde: «Di resistenza ne abbiamo già parlato fin troppo in passato!» Capita l’antifona i tre funzionari salutano in fretta. Finalmente c’è allegria, la gente si è avvicina ai tavoli apparecchiati e inizia a mangiare e bere. È un successone! Abbiamo visto gente nuova, scambiato opinioni, ci siamo divertiti. Adesso il problema principale è come attirare la gente regolarmente. La televisione è ancora agli albori, ci accontentiamo della radio. Per procurarci il biliardo abbiamo bisogno di soldi. Pino si prodiga a cercare aiuto a Berna, dove hanno fatto belle promesse ma tardano a mantenerle. Alcuni propongono il gioco delle carte ma Pino teme la bisca. Dopo qualche settimana sono tornati in massa alla stazione. I pochi fedeli rimasti giocano a carte di nascosto, anche a soldi. Il comitato non si oppone, bisogna pur pagare l’affitto e le altre spese, e qualcuno ritorna. Pino ci viene sempre meno, si discute poco di politica, di arte e di cultura, ma è meglio così che chiudere del tutto. Dopo sei giorni di lavoro qualche ora di riposo insieme non guasta. Una sera Pino mi parla del suo vecchio compagno Numa, operaio di fede comunista, uomo allegro, pieno di energia, frequentatore del Circolo e delle sale da ballo. Numa ha investito i suoi sudati risparmi in un progetto del figlio, che nello scantinato della sua casa di Reggio Emilia intende far funzionare una macchina inglese comperata di seconda mano a rate capace di tessere sei paia di calze alla volta. Non può più rischiare, dice: «Se nel giro degli affari si sparge la voce che siamo iscritti al Partito, addio affari» e ha rinunciato alla tessera del PCI. Pino ci rimane male: «Tutti presi nel vortice del profitto, per adesso hanno solo debiti e ragionano come se avessero già chissà quale capitale privato da difendere.» Giacomo ha portato in casa la ragazza per farcela conoscere. Le vuole bene ed è contraccambiato, si sente maturo. Lei è di origine veneta e

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