Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 mi addormento serenamente, come quando mi raccontava le favole delle streghe e degli orchi cacciati dai cavalieri buoni e generosi. Cosa abbia detto Giovanni all’adunata non si è mai saputo, ma la tessera del Fascio non è mai riuscito a prenderla. E questo alla fine sarà un bene, non solo per lui, ma anche per tutti noi in famiglia. Qui bisogna ammettere che almeno una nella vita gli è andata bene. In un pomeriggio di quell’estate — siamo nel 1937 — io gioco con altri bambini sotto il pergolato di frasche, mamma Linda riassetta la cucina e papà Giovanni legge il giornale. Un lungo articolo esalta la vita prosperosa dei nostri coloni nel nuovo impero d’Abissinia. Verranno costruite città, strade, case, industrie e servizi, e gli italiani saranno benvenuti dai nativi, finalmente liberati dal giogo feudale del Negus, adesso fuggito in paesi plutocrati. Sono molto ricercati gli imprenditori e i tecnici. Ai contadini colonizzatori verranno assegnate grandi proprietà terriere. A tutti i nuovi arrivati verranno elargiti ingenti aiuti finanziari a tasso ridotto. Il babbo ne ha già parlato con la mamma, e adesso vuole sentire la mia opinione. Io dell’Etiopia conosco quello che vedo ogni giorno sul retro dei quaderni di scuola, dov’è stampata a colori vivaci la cartina del nuovo impero circondata da lingotti d’oro, sacchi di caffè, cataste di legnami e barili di petrolio. Sono sorpreso di sentire parlare in casa di avventure africane e penso al bene che voglio al mio Preli, ma mi dichiaro subito d’accordo. Meglio trasferirci tutti in Africa, dove non sentiremo più dire che «ci stiamo stretti» e comincio a fantasticare. Ma qui devo fermarmi, perché al racconto manca il seguito, e capirò presto che mio padre non aveva mai pensato seriamente di emigrare in Africa. Almeno un’altra volta nella vita, siamo stati fortunati. Per fare fronte alla situazione fallimentare nella quale siamo piombati, i miei genitori vendono i mobili della loro camera da letto, comperati da mia madre al tempo del matrimonio, e li sostituiscono con quelli dei nonni, adesso defunti. Affinché gli abitanti di Preli non vengano a saperlo, il trasloco vien fatto di notte da due uomini chiamati da fuori, ovviamente a costo maggiore. Intascati i soldi dei mobili, vengono pagate le spese incorse per ripararli, lucidarli e trasportarli, la rata della fondiaria con relativa mora, alcuni debiti impellenti, come quello dovuto a un’amica di corso Sardegna, e le penalità al monte di pietà per bloccare la vendita all’asta dei pegni in scadenza. Con il resto campiamo per qualche mese.
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