Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 paghiamo spesso con la mora, e quando mamma Linda torna dall’esattoria con la cifra maggiorata le imprecazioni di mio padre contro il governo ladro, il regime famelico e lo stato ingordo arrivano fino al cielo. Per tirare avanti si vende qualche oggetto di famiglia. Le nostre entrate mensili sono di centosessanta lire, provenienti dai due appartamenti affittati e dalla vendita di qualche prodotto agricolo, e il nostro tenore di vita non supera certo quello delle famiglie senza terra e con il capofamiglia salariato. Era difficile spendere meno. Urgeva incrementare le entrate. Già dall’anno prima Giovanni aveva sentito dire che un certo Cin raccoglieva il latte senza licenza e gli era venuta l’idea di scalzarlo e diventare lui il lattaio di Preli. In combutta con il lattaio di una zona limitrofa con regolare licenza escogitano un piano. Giovanni riempie i moduli e le carte bollate, si sottopone alla visita medica e alla vaccinazione contro la tubercolosi, ma quando arriva il momento tutto svanisce come una bolla di sapone. Qualcuno ha avvertito Cin del pericolo incombente? Qualcuno avverte mio padre che prima di tentare qualsiasi attività è indispensabile avere la tessera del Fascio. Da tempo le iscrizioni al Partito Fascista sono state chiuse per gli opportunisti, i furbi e gli indegni, che nel momento decisivo della lotta erano rimasti alla finestra a guardare l’azione dei camerati rivoluzionari. Salvo in caso di meriti eccezionali e comprovata utilità al progetto fascista, è pressoché impossibile ottenere la tessera adesso. Per raggirare l’ostacolo Giovanni si rivolge a Giuliano, un fascista della prim’ora, temuto e mal visto dai più. Lungilineo, con naso affilato e occhi infossati, soffre di un complesso di inferiorità per l’origine meridionale, e per sentirsi accettato non nega qualche favore. Nelle sere di riunione alla Casa del Fascio, passa da noi un tizio di Molassana, e nel buio della notte lo sentiamo gridare forte: «Giovanni, adunata!» Mio padre di politica ne capisce poco, ma gli tornano comodi i ricordi sentiti quando era carabiniere in servizio a Piacenza. Racconta di case bruciate dai comunisti con dentro donne e bambini, del camerata cui hanno sparato dalla finestra del pianoterra mentre seduto a tavola con i figli mangiava la polenta, e di altre infamie del genere. E appena i nostri due eroi si dileguano nella notte, io ho così tanta paura dei comunisti che non voglio più salire da solo in camera da letto. Allora la mamma mi rimbocca le coperte e mi assicura che i comunisti non ci sono più, perché il duce li ha zittiti tutti a suon di randellate e ha messo in galera i più accaniti. Le sue parole mi confortano e
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