Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 mattina della cresima prima di andare in cattedrale passiamo dalla madrina Silvia, che abita al primo piano di un caseggiato antico in piazza Piccapietra. La famiglia dispone di risorse superiori alla nostre, mamma lo dice spesso, ma senza invidia perché lei e Silvia erano cresciute insieme in via del Mondo Nuovo, e la stima riciproca è sempre stata tanta. Il marito è uno dei migliori pasticceri di Genova, lavora molto e in casa non c’è mai. Dei loro due figli, Dario è il maggiore e il mio padrino di cresima, ma appena entrati in casa l’argomento più discusso, di cui avrei fatto volentieri a meno, è stato quello dei miei capelli. Dario aveva una brillantina speciale, mi porta in camera e davanti allo specchio del comò mi applica una specie di colla densa che in un istante mi attacca i capelli al cuoio capelluto, poi me li liscia con la spazzola e mi presenta alle donne dicendo che parevo Rodolfo Valentino. Vedendo finalmente mia madre soddisfatta tiro un sospiro di sollievo. In cattedrale, c’è già tanta gente. Noi troviamo il posto in seconda fila, e aspettiamo. Passa del tempo e circola la voce che il vescovo, uscito il mattino presto, non è ancora rientrato. Protestare sarebbe indecoroso, ma col passare dei minuti il brusio aumenta. Ad un certo momento, una cresimanda sviene e viene portata fuori a forza di braccia. Suor Lucia ci aveva detto che la cresima ci fa perfetti soldati di Gesù Cristo, e nell’attesa io già mi vedevo tale. Però non come quelli dell’esercito italiano incontrati per strada o sul tram in divisa grigioverde che viaggiano con biglietto scontato a trenta centesimi, ma come quelli dei fumetti in tunica bianca, con i capelli biondi e scintillanti. Mi sentivo invincibile, pronto a combattere contro i malvagi, gli arroganti, i prepotenti e tutti quelli che studiano nuove tasse da far pagare alla povera gente. Così assorto nei miei pensieri, all’improvviso mi trovo davanti il vescovo con la tiara sul capo e i paramenti bianchi dai bordi dorati di gran lunga superiori a quelli del mio immaginario soldato. Il padrino Dario mi mette la mano sulla spalla e sua eminenza mi fa il segno della croce sulla fronte con il pollice unto di olio santo, pronuncia delle parole che non capisco e passa oltre. La mamma dice: «Bene, siamo a posto, è tutto finito.» Per Dario la cerimonia è andata troppo per le lunghe, ha un appuntamento altrove e se ne va di fretta. I cresimandi sono tanti, la cerimonia continua. Molti di quelli già cresimati si avviano all’uscita con i loro parenti. Usciamo anche noi. Siamo esausti, ci vorrebbe qualcosa da bere e da mangiare, ma non c’è niente.
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