Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Giovanni non crede alle sue orecchie, balbetta e chiede di poter parlare con la moglie. Non sa neppure dov’è Corfù, ma sa che è un’isola, per andarci ci vuole la nave e lui non sa nuotare, sa che il mare è infestato di sommergibili inglesi, ha vivo il ricordo del Conte Rosso, la bella nave affondata all’uscita dal porto di Taranto carica di soldati destinati alla Libia. Si precipita ad implorare la moglie di tornare dal maresciallo a ritrattare quanto gli ha detto: «Cara Linda in nome dell’amore che mi porti, di’ al maresciallo che hai agito in un momento di sconforto. Digli quello che vuoi, ma questa non devi farmela, se mi mandano a Corfù mi avrai per sempre sulla coscienza.» Linda, che aveva avuto fino a quel momento qualche perplessità sull’esito della sua visita in Caserma, è felice: «Vigliacco! Hai paura, adesso. Io dal maresciallo non ci torno. Se ti manda a Corfù tanto meglio per tutti noi. Hai detto più volte che vuoi vendere la casa e la villa e metterci sul lastrico. Siamo alla resa dei conti. Hai due figli ancora piccoli. La casa è stata ristrutturata e ampliata con i miei soldi ed è più mia che tua. Adesso — continua la mamma, sorda alle implorazioni del marito — fa’ ai tuoi figli un atto di donazione dei due appartamenti costruiti con i miei soldi. E non pensare di farla franca questa volta, perché finché che non avrai firmato l’atto notarile io dal maresciallo non ci torno. Se no, vattene a Corfù e ne riparleremo a guerra finita. Noi intanto avremo un po’ di tranquillità e tu avrai il tempo per riflettere.» Ero felice, fiero della mamma. Quello era il linguaggio che mio padre capiva. Quella sera Linda avrebbe dovuto sfruttare fino in fondo la situazione e pretendere dal marito anche l’intestazione della casa e della villa oltre a quella dei due appartamenti affittati, e l’avrebbe ottenuta. Ma è onesta, chiedeva solo quello che era suo, e non per se stessa ma per noi figli. Qualche giorno dopo, seguendo le istruzioni del notaio, in un clima di grande freddezza Giovanni e Linda in nome dei due figli minorenni firmano l’atto di donazione. All’uscita dello studio del notaio mio padre, privato del prestigio di possedere due appartamenti a Preli ottenuti senza spendere una lira di suo, taceva non riuscendo a esprimere tutto il risentimento che covava in corpo. Anche mia madre taceva, ma soddisfatta dell’aiuto ricevuto dal maresciallo. Non le restava adesso che ringraziarlo e pregarlo di dimenticare la trappola dell’Isola di Corfù, in cui il carabiniere era — come del resto era suo solito — ingenuamente cascato.

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