Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 14 La scuola di avviamento Superato l’esame di ammissione vengo iscritto alla scuola di avviamento a Doria, e questo periodo della mia formazione giovanile, pur breve, lascerà un segno indelebile nella mia vita. La scuola dista una decina di chilometri da Preli, ma è poco lontano dalla caserma dove presta servizio mio padre. Il costo del biglietto del tram incide alquanto sul bilancio familiare. Avrei potuto risparmiare se avessi fatto l’abbonamento, ma non disponevamo in anticipo della somma sufficiente. Oltre ai viaggi in tram, gli oneri principali erano l’iscrizione al corso e il costo dei libri. L’ostacolo principale ai lavori scolastici era la guerra. Almeno una mattina su due suona l’allarme e i docenti ci mandano nel rifugio antiaereo per alcune ore. Sappiamo che la val Bisagno molto probabilmente non verrà bombardata perché priva di obiettivi militari, e dunque si avverte modestamente il pericolo, ma il disagio è forte. I tram smettono di circolare e per tornare a casa mi ritengo fortunato se trovo un carrettiere che mi lascia salire sul suo furgone, altrimenti a piedi ci torno molto tardi. La caserma di mio padre è a pochi passi dalla scuola. È una vecchia palazzina costruita sul greto del torrente Bisagno con l’ingresso sulla via Sruppa. Vi stazionano una decina di militi. Nel seminterrato ci sono le guardine, la mensa e l’armeria, e a pianterreno l’entrata, la fureria, l’ufficio del maresciallo, alcune camere dormitorio e i ripostigli. Sui muri delle scale interne si leggono delle scritte che inneggiano al regime e incitano le giovani leve alla lotta e al sacrificio. Sopra il portone d’entrata in una stanzetta piccola tutta per lui ci dorme mio padre. Quando è di piantone rimane sdraiato sul letto a sonnecchiare. Se qualcuno bussa alla porta si affaccia alla finestra senza scendere e domanda in dialetto rivierasco: «Cosa vourrei?» perché è così che parlano lì e lui ormai parla il dialetto come loro. Quell’accento, a me suona odioso e non so cosa darei per farglielo smettere, ma rimango zitto. In quella camera, nel pomeriggio dopo la scuola il babbo ed io ragioniamo della nostra famiglia, di quello che succederà dopo la guerra quando lui tornerà a casa congedato. Ma è fiato sprecato. Tornare in famiglia è l’ultima cosa che gli passa per la mente. I suoi progetti sono

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