Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 grandiosi, sogna l’espatrio, gli chalet svizzeri e i boulevards parigini, odia Preli, i suoi abitanti, i fratelli, le sorelle e i parenti tutti, che definisce ignoranti e cattivi, compreso il padre, che da giovane lo faceva lavorare senza mai dargli una lira e lo buttava giù dal letto due ore prima dell’alba. I miei argomenti sullo stato attuale della famiglia attanagliata dalla miseria, lui non li ascolta. Mi incolpa di non pensare a quelli che stanno peggio di noi, che sono malati negli ospedali, che muoiono al fronte. Vive in un mondo di fantasia, stregato dalla sua donna. Se scomparissimo per sempre tutti e tre— mia madre, mio fratello ed io — gli faremmo un gran favore. La precarietà creata dalla guerra influenza la scuola e gli studi. I professori sono pochi e spesso mancano del tutto. Quando viene la supplente, una donna debole con i denti cariati e i capelli bruciati dall’ossigeno, nessuno le dà retta. Dopo qualche minuto la classe è in subbuglio e la sua ora tanto inconcludente quanto se non fosse venuto nessuno. La professoressa di matematica invece è avvenente e giovane, cattiva come la peste, esige il silenzio assoluto e lo ottiene, ci parla della grandezza di Pitagora e di Archimede, della matematica pura e di quella applicata, del calcolo differenziale e di quello integrale. Ed io, ammirato, faccio il possibile per starle dietro. Una mattina la professoressa arriva tutta raddolcita. Potremmo gridare al miracolo, ma nessuno osa, meglio non fidarsi e aspettare il primo urlo, che però tarda a venire. Nessuno sa darsi ragione del cambiamento fino a quando ci parla della guerra: «Presto vinceremo, ma ognuno di noi deve dare il proprio contributo secondo le proprie possibilità non solo con una donazione in danaro, oro e argento, ma vanno bene anche gomma, lana, stracci e tutto quanto serve alla nostra industria.» Insiste sul fatto che bisogna donare non solo il superfluo, ma di più, molto di più, come quelli che danno alla patria il bene supremo della vita. Questo è davvero un discorso straordinario che nessuno di noi si aspettava da lei. Che cosa le è saltato in mente a lei tanto superba? La mamma quando glielo racconto esprime la sua decisa disapprovazione a mantenere viva la grande carneficina con il nostro contributo diretto, ed è sarcastica: «Se non sarà la Vittoria sarà la Luigia.» Tuttavia, considerata la posizione dei nostri soldati mandati al fronte a morire contro la loro volontà, ritiene suo dovere donare almeno dieci lire alla Croce Rossa Italiana. Questa somma mi fa contento e preoccupato nello
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