Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 stesso tempo perché non so immaginare come reagiranno i compagni in classe. Non tarderò a saperlo quando la professoressa siederà in cattedra e aprirà la colletta, e nessuno si farà avanti. Nessuno alza la mano neppure quando ci chiede se ne abbiamo parlato ai genitori, agli amici e ai conoscenti. Banco dopo banco ci chiama per nome, ci vuole sentire uno per uno. Chi lamenta la precaria condizione in cui versa la famiglia, chi ha il padre richiamato e i fratelli al fronte, tutti maledicono i prezzi in vertiginoso aumento, in pochi tirano fuori qualche lira. Quando arriva il mio turno, penso che le mie dieci lire tutte d’un pezzo sarebbe stato meglio averle in spiccioli per consegnarne di meno e la mia donazione è la più generosa. Nonostante le belle parole della professoressa, nessuno applaude. Delusa le è persino andata via la voce e annuncia nervosa che presto lascerà la scuola, ha chiesto l’arruolamento in un corpo ausiliario a fianco dei nostri soldati e darà il proprio contributo al compimento della vittoria. Per quel giorno la lezione di matematica è finita. Le peripezie continuano: scarsità di generi alimentari in bottega, dove si salvano a malapena il castagnaccio e saltuariamente la ricotta; costo proibitivo di qualsiasi cosa sul mercato nero; incremento degli allarmi e dei bombardamenti; circostanze sempre più difficili a scuola per la mancanza di professori, richiamati alle armi e per la diserzione di molti ragazzi. Con l’arrivo della bella stagione le lezioni sono inconcludenti e decido di rimanere a casa. In compagnia di qualche amico uso dei vecchi tubi di ferro e di gomma per costruire un rudimentale sistema idraulico per annaffiare l’orto e coltivare così della verdura utile alla sopravvivenza. L’anno scolastico è finito da un pezzo quando un giorno mio padre mi dice di aver incontrato don Felice, il prete della chiesa di San Bartolomeo a Staglieno, che gli ha detto che ho fatto male ad abbandonare gli studi e che se avessi continuato si sarebbe occupato lui stesso di farmi promuovere. Non sono certo della sincerità di mio padre, che probabilmente vuole farmi intendere che si preoccupa di me e allo stesso tempo farmi sentire in colpa per una decisione presa senza consultarlo. Io non sono contro la scuola — anzi, l’ho amata fin dal primo giorno — ma mentre spero che torni la pace è più produttivo che io coltivi con passione il mio fazzoletto di terra.

RkJQdWJsaXNoZXIy MTI3ODI1