Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 17 Pubertà Siamo nel 1944 e quasi ogni mattina dopo le dieci suona l’allarme. Il dottore Romea non vuole chiudere la farmacia perché l’occasione è buona per vendere le boccette a base di ammoniaca, utili per la gente svenuta o in procinto di esserlo. Io invece, a differenza della filosofia del fato del dottore e di Eleonora, la nuova assistente, me la svigno di corsa nella galleria sotto la montagna dietro la piazza del Canto a circa trecento metri dalla farmacia. Ho infatti capito che se la bomba cade davanti alla farmacia ci schiaccerà come mosche contro i muri del basamento, e che se invece cadrà sul palazzo, rimarremo sepolti sotto un cumolo di macerie. La galleria è grande e può ospitare gli abitanti del quartiere, i lavoratori della Conceria Bocciardo e chiunque altro si trovi da quelle parti. Inoltre ha due entrate, e se ne venisse colpita una, l’altra è abbastanza lontana per uscire incolumi. Quando ci sono dentro mi sento al sicuro, il problema principale è quello di arrivarci in tempo. Una mattina mentre corro verso la galleria, arrivato sul ponte del Bisagno vedo salire verso il cielo delle colonne di fumo dal Porto dalle fabbriche e dai depositi. Sono nuvolacce di fumo chimico, blu e arancione, minacciose, velenose. In pochi secondi nell’aria c’è un gran polverone che offusca il sole. Perdo il senso dell’orientamento e vengo preso dal panico. Per fortuna un passante mi indica via Canevari con una calma sorprendente e in un paio di minuti sono in galleria. L’allarme si protrae per alcune ore. La galleria è piena di gente, riconosco le ragazze della Conceria Bocciardo che indossano le cappette marrone da lavoro. Sono scappate in fretta e furia con le mani ancora sporche del lavoro. Mentre discutono tra di loro della possibilità di un bombardamento sulla conceria, impegnata nelle forniture di guerra, la mia attenzione è rivolta alle loro magnifiche forme femminili, che fanno dimenticare quello che sta succedendo fuori. Mentre le guardo penso anche alle brutte storie che racconta la gente sul conto delle donne che lavorano in fabbrica, e mi pare che quello che sta succedendo in città è solo una goccia d’acqua caduta in un gran mare di distruzione e di morte, provocato dalla guerra in Italia, in Europa e nel mondo, e non

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