Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 sappiamo quando finirà. Non sarebbe allora meglio che tutti quelli che gridano allo scandalo delle donne che lavorano in fabbrica gridassero contro chi ha voluto la guerra? Ho vive negli occhi le scene viste al cinema nei documentari del Giornale Luce, con i soldati che muoiono a centinaia, a migliaia, specialmente sul fronte russo. Oggi in galleria insieme alle ragazze della conceria non vedo nessun ragazzo, nessun uomo, vedo solo qualche dirigente, e poi anziani, donne, bambini. Passo ancora qualche ora di tensione rintanato sotto la roccia della montagna pensando al dottore e agli altri rifugiati nel basamento del palazzo della farmacia. Per fortuna la farmacia e il borgo sono rimasti intatti, e riprendiamo le nostre mansioni abituali. La famiglia Romea abita in via Maragliano nel palazzo delle tasse, che io conosco di fama fin dai primi anni dell’infanzia per tutte le maledizioni che gli hanno tirato dietro mio padre e mio zio Beppe ogni volta che dovevano pagare, immancabilmente con la mora, la rata della Fondiaria. Con la guerra le imprecazioni erano raddoppiate perché era nata la speranza che una grossa bomba da mille chili cadesse sul palazzo di via Maragliano e un’altra di uguali dimensioni su quello dell’Intendenza di Finanza in via Fiume. Il palazzo dei Romea ha due portoni, il principale giù sul piano della strada del tram e l’altro su una strada meno importante che si arrampica sulla collina. Questo fatto mi fa lavorare di fantasia: «Nel caso di una truffa, come si vede al cinema o si legge sui giornali, si può entrare da un portone e svignarsela dall’altro.» L’ascensore del palazzo funziona male. Inoltre l’acqua potabile, per via della scarsa pressione, arriva solo al secondo piano e gli inquillini che abitano più in alto sono costretti a portarla in casa con i secchi. Per questo la signora Romea, che abita al quinto piano, ha pensato a me. Quando busso alla porta mi apre Lucia, la serva a tempo pieno che i Romea chiamano ‘la donna’. È sulla trentina, bruttina, bassoccia e pelosa, e ha tutta l’aria di essere stata allevata in un orfanotrofio. Della sua femminilità non vedo nessuna traccia, ma — segno di buone maniere — parla piano e si muove con garbo. Mi presento dicendo che mi manda la signora per aiutare a portare su l’acqua e a passare la paglietta di ferro sul pavimento di parquet, ma Lucia sa già tutte queste cose e mi fa entrare. Mi spiega subito il problema dell’acqua, che bisogna portarla su con i secchi, e quello dell’ascensore, che è meglio non fidarsi. Ma siccome i piani sono cinque e i
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