Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 secchi pesanti, io non ci penso nemmeno a darle retta e prendo l’ascensore. Schiaccio per il basamento e l’ascensore sale. Dopo molti affanni arrivo da basso e lascio la porta aperta per paura che qualcuno lo richiami, riempio i secchi in fretta e li rimetto dentro, ma non riesco a salire. Persisto e l’ascensore finalmente riparte, si ferma al terzo piano, e quando faticosamente riparte, sale oltre il quinto. In tutto quel sali e scendi con le partenze brusche l’acqua sballotta nei secchi e il portinaio ha già notato il gocciolamento di sotto. Sperando di aiutarmi, corre su e giù per le scale a darmi consigli. Dopo un momento di ilarità, temo di precipitare, ma finalmente mi fermo al piano giusto, sano e salvo ma con i secchi un pochettino scarsi. Durante il resto della giornata Lucia non sta mai ferma e sgobba come se ci fosse la padrona. Non mi chiede se ho fame, sete o se sono stanco, e parla solo di quello che ha fatto e di quello che c’è da fare, della padrona da accontentare e del tempo che non le basta mai. Dal canto mio trovo idiota passare la paglietta di ferro sul parquet visto che è difficile distinguere la parte fatta da quella da fare e sono divorato dalla rabbia. A un certo punto Lucia sale su una scaletta ed è tutta presa dalle tende con le braccia alzate e la gonna che le si solleva un tantino allargata a campana. Chino sul pavimento io striscio sul sedere, mi dispongo a guardarla dal basso e non credo ai miei occhi: sotto la gonna un tantino trasparente dove filtra la luce del balcone mi appaiono due cosce rosee, grassocce, per niente pelose, non ci sono le mutandine ed è tutta una sinfonia di accordi perfetti. Chi l’avrebbe mai detto che esisteva tanta grazia nascosta? Sposto lo sguardo in su e lei maliziosa mi squadra in giù: «Non hai mai visto una donna su una scala?» No! Non ho mai visto una donna su una scala senza mutande. Ma adesso che l’ho vista fatico a passare la paglietta sul parquet, vorrei che scendesse per vederla più da vicino e accarezzarla almeno una volta. Ma Lucia è sorda alle mie suppliche, il tempo stringe e il lavoro da fare è molto e scende dalla scala solo quando ha finito con le tende. Adesso che è giù non mi eccita più, raccolgo le pagliette e penso solo ad allontanarmi in fretta da quella donna pazza in quella casa stregata. Ignoro l’ascensore, mi precipito giù a piedi e in strada mi pare di respirare meglio. Oggi non è neppure suonato l’allarme e ho perfino dimenticato gli aereoplani e i bombardamenti. In farmacia non faccio progressi con Eleonora. All’inizio tentavo di aiutarla e istruirla, ma lei non mostrava alcun interesse. Eppure il dottore
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