Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Li rifiuto, ma lei insiste: «Prendili, li mangerai dopo.» Così per non offenderla e per il rispetto dell’età li metto in tasca. Le castagne a Casella non sono vicino alla stazione e per trovarle bisogna fare alcuni chilometri sui monti con centinaia di altre persone. Inoltre appena si comincia a raccoglierne qualcuna si sente la voce del padrone che grida di andarsene. Di solito nessuno litiga, ma dopo aver battuto decine di chilometri e sentito sempre le stesse grida è difficile convincersi che ci sono così tanti padroni liberi di fare la guardia alle castagne nei boschi. Quel giorno ho appena messo nel sacco di tela qualche chilo di castagne che mi accorgo di essere rimasto solo e di aver perso l’orientamento. Chiamo forte i miei compagni ma tutto rimane avvolto nel silenzio e avanzano nubi basse e scure. Uno di quei padroni, vero o presunto, s’avvicina e mi toglie il sacco dalla spalla con il pretesto che ho raccolto le castagne nel suo bosco. Mi difendo, gli chiedo di riavere almeno il mio sacco, ma l’uomo ha un fisico due volte il mio e capisco che la situazione è seria. Affamato e sperduto mi tornano in mente i fichi secchi della zia Bice, li tiro fuori e senza fare lo schizzinoso li mangio nervosamente. Poi continuo a scendere finché vedo in fondovalle il fiume che scorre in direzione della stazione di Casella. Seguendolo finalmente ritrovo Fiore e zia Bice, che in ansia per la mia scomparsa hanno voluto aspettarmi. Delusi del risultato ottenuto prendendo il trenino al capo linea in piazza Manin, riprendiamo la via di Campi e sulla via del ritorno di un pomeriggio di festa rivedo la famiglia Sampieri. Conversiamo cordialmente anche con le due figlie, giovani e vivaci, che si ricordano di quando lavoravo in officina. Sampieri mi chiede come mai non mi sono più fatto vedere e io gli racconto della bruciatura sul piede, che ha impiegato più di un mese a guarire, e che nel frattempo vado in cerca di castagne e conto di farlo fino alla fine della stagione. Allora Sampieri estrae il portafoglio e mi porge duecento: «Questi soldi te li devo ancora dell’ultima paga.» Sorpreso, gli ricordo di non averla completata per via dell’infortunio, ma lui scuote la testa. Arcicontento della bella sorpresa che farò stasera a mia madre sto per partire, ma lui vuole ancora farmi alcune domande sul conto di mio padre, che non ha più visto, e sul mio per sapere cosa ho in mente per il futuro. Taglio corto su mio padre, che non ho più visto neanch’io, e gli ripeto che andar per castagne nei boschi mi piace molto e che in famiglia contiamo di superare così anche l’inverno.

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