Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Sampieri ha capito che è inutile insistere che io ritorni in officina e mi chiede se è vero che a Casella ci sono i partigiani. Ed io, che voglio apparire molto più navigato di quello che sono, rispondo senza esitazione: «Ci sono eccome! Non nel centro abitato, ma li ho visti sui monti.» Sampieri non la beve: «Come hai fatto a riconoscerli?» Io ostento con il mio tono serio di ragazzo che sa il fatto suo: «Perché erano armati!», e lui sta al gioco: «Armati di che?» Rispondo precipitoso «Di rivoltella!» Ma poi rifletto che la rivoltella è troppo piccola per essere vista, meglio aggiungere qualcosa: «L’altroieri sul monte ne ho visti cinque di pattuglia che camminavano in fila indiana: uno aveva il bazuka in spalla, l’altro un moschetto a tracolla, seguivano altri due e l’ultimo era armato di una sega di Hitler.» Dallo stupore che leggo sul viso del mio interlocutore capisco che non sa cos’è la ‘sega’ di Hitler. Per la verità non lo so neanch’io, ma ne ho sentito parlare dai ragazzi più grandi di me che dicevano: «Il nome viene perché Hitler, quando si tira una sega, viene con una rapidità tale da superare qualsiasi altro segaiolo al mondo.» Arrivato a questo punto penso: «Se Sampieri mi chiede cos’è la sega di Hitler, gli dico che è la mitraglietta che porta il suo nome per rapidità di colpi quando spara.» Ma per fortuna non mi chiede più niente e con lo sguardo serio mi dice: «Va’ va’ a casa anche tu, la pioggia non tarderà a cadere.» Ed io, che non vedo l’ora di rivedere mia madre per mostrarle quanto sono stato bravo oggi tornando a casa con le duecento lire dell’ultima paga oltre che con le castagne, saluto tutti quanti e me la squaglio velocemente.

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