Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 sparavano raffiche di mitra. In quel preciso momento giura vendetta in nome degli altri che andavano incontro alla morte. Secondo i suoi calcoli nelle varie operazioni cui ha partecipato in seguito, di tedeschi ne ha ammazzati almeno sette. Noi siamo abituati alle sue storie fantasiose, non commentiamo e speriamo che se ne vada al più presto. Ma lui comincia a menzionare qualcuno dei dintorni che in passato lo ha offeso. Di nuovo nessuno di noi fiata. L’indomani, dopo aver dormito e mangiato, riparte con la stella sul petto e noi tiriamo un sospiro di sollievo. Io ho ripreso a lavorare nell’orto e in villa. Mia madre non si stanca di ripetermi che fare il contadino a Preli — dove manca l’acqua e la terra è magra e pietrosa — non ha futuro. Mio fratello Giacomo è ancora troppo piccolo per lavorare la terra e porta a pascolare la capra. Gli affitti dei due appartamenti sono bloccati e con le ottanta lire al mese che ne ricaviamo da ciascuno non si compra quasi niente. Dopo cinque anni in cui era proibito ballare adesso sorgono dappertutto nuove sale e si balla in continuazione. Le orchestre suonano musica moderna, americana, il jazz , il boogie woogie e anche la rumba e la samba fanno furore. Alcune ragazze di Preli, belle e spigliate, la sera non rientrano neppure per la cena. Sono le mamme che gli portano il pentolino con la pasta, mangiano là e riprendono a ballare. I benpensanti si scandalizzano e parlano di licenza smoderata, ma io non ho ancora baciato una ragazza e sento che il momento si avvicina. Sarebbe bene che imparassi a ballare, ma non so da dove cominciare, non ho i soldi per andare a scuola di danza. Il cugino Nini, figlio di zio Felice, ha detto che l’uomo ballando deve sempre partire con il piede sinistro, il resto viene da sé. Non l’ho più dimenticato, ma per il resto non è successo ancora niente. Devo trovare una ragazza che mi insegni a ballare e le sarò riconoscente per la vita. Sono passati cinque mesi dalla Liberazione, quando Dario, il figlio della madrina Silvia e il mio padrino di cresima — fervente attivista nel Comitato di Liberazione Nazionale e membro della commissione interna dell’Officina Meccanica Navale Campanella — mi manda a dire che in Porto dove lui lavora stanno assumendo alcuni apprendisti. Mi avverte di farmi avanti spedito e che secondo le nuove regole sindacali per essere assunto devo prima passare per l’Ufficio Collocamento. Mi consegna una lettera di presentazione per il sindacalista Quericcioli, funzionario della Camera del Lavoro, che mi darà le indicazioni da seguire.
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