Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Di primo mattino il giorno dopo mi presento alla Camera del Lavoro. Mentre attendo di essere ricevuto dal sindacalista, arriva in cerca di lavoro come me un ragazzo di qualche anno più grande. Mi dice di chiamarsi Renzo e che in Porto ci sono probabilità di lavoro, ma che per battere la feroce competizione anche a lui è stato consigliato di farsi raccomandare dal sindacalista Quericcioli, comunista e partigiano. Renzo spera che i suoi trascorsi di partigiano possano fare il miracolo, ha l’aspetto fiero, la parlantina sciolta e una gran voglia di raccontarmi che durante i giorni della liberazione lo avevano messo di guardia alle ex ausiliarie repubblichine di Salò catturate durante l’insurrezione. Mi assicura che quello è stato il periodo più bello della sua vita: «Eccome ci stavano! Roba da non credere, lo facevano con gusto. Ormai le hanno rimesse in libertà, mandate a casa. Addio bei tempi passati!» Quericcioli mi riceve in uno stanzone enorme, disadorno, con tanto bisogno di ordine e di un’imbiancata. Seduto dietro una piccola scrivania si scusa per avermi fatto aspettare, ma si mette subito a disposizione ed io presento la lettera, menziono il nome di Dario e della cellula dell’Officina Campanella e ripeto quello che mi è stato detto di dire. Quericcioli mi risponde: «Basta così, ho letto la lettera ed è tutto sistemato. Domani mattina presentati al Giardino d’Italia, nell’Ufficio di Collocamento di piazza Corvetto, aspetta che chiamino il tuo nome, prendi il foglio che ti daranno e presentati con quello all’Officina Campanella alla Calata Gadda.» A questo punto il mio interlocutore fa una pausa, mi raccomanda «la massima puntualità!» e mi augura buona fortuna. Renzo entra dopo di me, lo aspetto fuori per sentire il risultato, che è uguale al mio. Chiedo se sa dov’è il Giardino d’Italia, lui lo sa benissimo, ci va a ballare, è un posto magnifico, ci bazzicano tante belle ragazze, ci suona l’orchestra di Natalino Otto, una delle migliori di Genova. Fuori della Camera del Lavoro sentiamo i morsi della fame, ma non abbiamo soldi neppure per un caffè. Io ho un panino con il polpettone che mi ha dato mia madre, chiedo a Renzo se ne vuole un pezzo e lui accetta prontamente. Per due è proprio poco e lo mangiamo in fretta seduti su una panchina. Renzo mi racconta che abita nel quartiere di San Fruttuoso in via Torti. Ricordo perfettamente la via per esserci stato quando lavoravo in farmacia a ritirare delle verdure da una donna che lavorava al mercato ortofrutticolo.
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