Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Confrontiamo la mia esperienza con quello che mi ha già detto Renzo e concludiamo che quella donna era proprio sua madre. La mattina del giorno dopo ci rivediamo al Giardino d’Italia, dove c’è già una marea di gente e ne sta arrivando ancora. Ci sono anche molte ragazze. Renzo è disinvolto e allegro, si dà un gran da fare, dà e riceve confidenza e il tempo vola. Chiamano il mio nome, quello di Renzo e quello di altri tre ragazzi. Renzo dice che andremo tutti e cinque alla Calata Gadda, come in effetti avviene. Nell’ufficio dell’Officina Campanella risulta dai documenti che io sono due mesi e otto giorni sotto il minimo di età consentito dalla nuova legge per lavorare, ma il membro della commissione interna dice: «Lascia perdere. Se mancano passeranno presto!» E veniamo istruiti tutti e cinque di tornare il mattino dopo. Quello stesso pomeriggio arriva mio padre. Per fortuna mia madre non è in casa e ci risparmiamo un’altra litigata, ma lui apostrofa subito me: «Ho sentito che vai a lavorare subito in Porto. Male. In Porto le tentazioni saranno più forti di te, finirai male, molto male, io ti conosco. A bordo di una nave potrai forse farla franca, ma ai cancelli del Porto è diverso, lì controllano di giorno e di notte il movimento della gente e delle merci. Non passeranno tre mesi che sarai in galera.» Mi sento offeso a morte. Per rubare bisogna decidere di farlo, sono certo che non lo farò. I tempi sono cambiati, adesso tutti vanno in fabbrica, non posso riprendere la vita che facevamo prima della guerra quando lui era contadino e coltivava la terra che gli aveva dato suo padre. Lui cosa ha da offrirmi? Non replico per non dargli soddisfazione. Ormai sono grande, non ha più diritto di interferire. L’occasione di lavorare in un’officina vera è unica e non posso perderla. Voglio imparare il mestiere, diventare un operaio qualificato.
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