Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 cervelli dell’officina. Il mio compito è quello di aiutare Ninno e all’occasione anche Bruschi, un altro tracciatore di quasi ottanta anni, che è tornato a lavorare perché a casa si annoiava. Bruschi è parente di Siri, non mangia la minestra dell’officina come gli altri e passa un’ora buona della mattina a fare il fuoco per riscaldarsi il pentolino che porta da casa. Ci vede poco ma si rifiuta di portare gli occhiali e fatica a concentrarsi. Manifesta però con molta lucidità un’antipatia viscerale per Ninno e mi vieta di menzionarlo. Lavorando con Bruschi sono io che traccio le lamiere e i trafilati mentre lui controlla se faccio sbagli, ma di pomeriggio lui sonnecchia spesso in un angolo e così io faccio tutto da solo perché mi piace e voglio provare a me stesso quanto valgo. Il più abile di tutti i tracciatori del reparto è Nin, uomo all’antica, anziano, grosso e strabico, silenzioso e mite. È stato lui che ha marcato quasi tutte le lamiere del Galata. Adesso non traccia più, ma comandare non è il suo forte e passa la gran parte della giornata a guardare i disegni seduto nel suo gabbiotto. Quando vado lì per un’informazione mi vede volentieri e mi risponde con passione, poi va oltre: mi insegna le proporzioni, la matematica e mi dà lezioni su come applicarle e consigli sull’importanza dell’etica del lavoro in generale e del nostro in particolare. Orlando, un maestro giovane allievo di Ninno, è ritenuto il migliore della sua generazione, il più preciso e veloce. Mi piacerebbe lavorare con lui, ma non posso sperarci perché ha già per apprendista Ermes, figlio del capo dei saldatori elettrici di bordo, più giovane di me, biondo e delicato. Ermes studia la sera e non ha niente dell’operaio, l’ho sentito parlare un giorno con molto garbo delle ore diciassette, l’ora del tè, e del servizio di tazze Royal Albert usate durante la visita delle zie al week end . Quando ti passa vicino senti l’attrazione sessuale come si trattasse di una ragazza. I maligni insinuano che l’hanno visto nel gabinetto che teneva in mano l’uccello del maestro Orlando. Oltre a parlare del lavoro del tracciatore Orlando parla di matematica, di stenografia, della lingua inglese, dell’astronomia, dell’eclisse del sole, delle fasi lunari, dei pianeti e delle loro orbite. Quando a mezzogiorno si avvicina alla gamella fumante dei tracciatori per ricevere la minestra tiene il pentolino capovolto fino all’ultimo istante per ridurre l’accesso dei possibili microbi aviotrasportati dal pulviscolo atmosferico che finirebbe per ingerire con la minestra. Durante le pause anche di ore,

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