Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Silvestro andiamo all’ANPI. L’occasione è buona per mettere il cappello di feltro beige che ho comprato su consiglio del mio maestro Ninno dell’Officina Campanella apposta per andare a ballare. Putroppo il cappello si è rivelato di gusto antiquato e io ho trascorso delle ore terribili mentre gli altri si divertivano, ballavano, brindavano, ridevano e festeggiavano l’Anno Nuovo. Quella notte non sono riuscito a portare a termine un solo giro di ballo con la stessa ragazza. L’attrezzista Gian Piero avrà il doppio dei miei anni, è fervente attivista delle ACLI della DC e distribuisce gratis all’Officina Campanella il periodico del suo sindacato. Gli operai politicamente impegnati lo rifiutano perché dicono che i soldi per stamparlo provengono dall’America e dalla Confindustria. Un pomeriggio che devo cambiare il coltello della cesoia nel gabbiotto degli attrezzisti, appena mi vede entrare Gian Piero lascia il banco di lavoro, sorride e comincia con il preambolo che mi vuole bene, mi considera un bravo ragazzo, ecc. Per questo devo stare lontano dai comunisti, padroni della CGIL, che manipolano i lavoratori e fanno la voce grossa con i soldi e gli ordini che prendono da Mosca. Con lui non avevo mai parlato a tu per tu e adesso la sua voce mi arriva alle orecchie scandita e precisa nell’italiano sardo che ha il verbo con la doppia consonante. Pino e gli altri attrezzisti scuotono la testa, ma lui non se ne cura: «Devi dimenticare l’incarico dei bollini della Camera del Lavoro. Lascialo fare a qualche scalmanato comunista.» L’ingerenza nelle mie cose private mi suona offensiva, ho fretta e gli spiego l’urgenza del nuovo coltello per la cesoia. Ma Gian Piero non vuole sciupare l’occasione, sa che vado a ballare, paragona il ballo alla politica, tutti e due subdoli e pericolosi. Se voglio salvarmi devo stare lontano dalle sale da ballo e dalla politica. «E dal sindacato!» concludo io tra me. Tuttavia lo rassicuro: «Dove vado a ballare io le ragazze sono serie, non parlano di politica e sono guardate a vista dalle mamme sedute attorno alla pista tant’è vero che non ne ho ancora incontrata una che si sia fatta baciare sulla bocca!» Gian Piero diventa cattivo e io gli replico indispettito. Finalmente prima di lasciarmi partire mi rifila il giornale del suo sindacato, e io lo prendo per cortesia. In officina molti non lo stimano. Qualche settimana prima si era inginocchiato sulle lamiere a terra e aveva baciato il cordone di un frate venuto a farci visita. Il compagno Mario è un uomo di tutt’altra pasta rispetto non solo a Gian Piero ma anche agli altri compagni di provata fede nella causa. Non
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