Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 indossa la tuta e lavora in borghese con giacca e pantaloni fossero anche di seconda mano comprati sulle bancarelle di via di Prè. È mingherlino, ha la testa piccola, l’aspetto vispo, è sempre attento agli avvenimenti dell’officina, del Porto, della città, dell’Italia e del mondo intero. Sulle labbra sottili ha più melanina di un libico, cosa che gli ha valso il soprannome di Mangia Carbone. Affetto da un tic nervoso vibra il labbro inferiore e il mento come fanno le caprette quando belano. In officina passa le giornate alternando la fatica del lavoro alla discussione cavillosa. Calderaio di mestiere, non appartiene al gruppo dei grossi calibri, ma avendo un’esperienza pluridecennale è considerato uno dei validi. Ricorda volentieri le lotte politiche e sindacali degli ultimi quarant’anni, cosa che lo rende amico di chi ha idee simili e nemico di chi la pensa diversamente. Tra questi c’è il fratello Angelo, calderaio fine, uno dei migliori nel reparto, iscritto alla DC, con il quale non si parla. Mario non è portato ai ragionamenti ordinari e preferisce abbandonarsi in divagazioni argute, anche surrealiste. Gli avversari politici spesso devono arrendersi al suo sarcasmo. Difende da proletario fiero lo spirito libero anche contro le direttive del Partito Comunista. Racconta volentieri di quando negli anni di guerra lui si tagliava di proposito delle generose fette da una pagnotta rubata a bordo e se le metteva tra i denti alla stazione marittima, mentre i borghesi, affamati anche loro come la povera gente ma colpevoli di aver creduto nel duce, passeggiavano a stomaco vuoto — roba da sbrodolarsi dalle risate. Oppure di quando dall’8 settembre 1943 alla Liberazione prendeva tutto quello che trovava di commestibile dalle cambuse delle navi tedesche. Se veniva sorpreso recitava la parte del sordomuto, mostrava lo stato famelico del suo ventre, imitava la tosse secca del tisico e spruzzava saliva in faccia al suo malcapitato interlocutore fino a quando questo terrorizzato non lo cacciava via con gesti e parolacce quali raus e kaput , che Mario ripete adesso tra la generale ilarità. Con cinque figli a carico Mario non spende una lira per lo svago, ma legge i libri presi in prestito nella biblioteca della Croce Verde, dove è socio e presta servizio di volontariato. Dato che i più non leggono mai niente, ascoltarlo significa che legge anche per noi. Per fare fronte alle esigenze famigliari deve rigare diritto, senza sprechi. In barba al precetto della chiesa che predica l’astensione della carne di venerdì, in famiglia la mangiano una sola volta la settimana, il venerdì. È appassionato dell’opera e ne conosce le arie, le parole e il nome di chi le ha scritte. Racconta la storia del maestro

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