Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 L’uomo dietro la scrivania ascolta e mi porta in salita Prione, dove affittano una camera all’ultimo piano di una vecchia casa. I gradini della scala semibuia sono alti e sporchi, saranno almeno settanta, ma non me ne curo, penso che ne vale la pena: siamo vicino a Porta Soprana, alla casa di Cristoforo Colombo, entro le vecchie mura della città, dove si vive la storia e l’antico fascino della Repubblica Marinara. Arrivati in cima entriamo in uno stanzone, dove sono stati ricavati diversi locali con pareti di materiale che pare cartone e non arrivano al soffitto. Dal disordine e dal fetore capisco che ci abita molta gente anche se adesso non c’è nessuno. L’agente mi chiede se voglio vedere i servizi nel corridoio, ma rispondo di no: «Mi aspettavo un minimo di riservatezza.» Un poco irritato osserva che con dodicimila lire al mese non posso pretendere altro. Per me sono una bella cifra, mi tolgono una settimana e mezza di paga compreso lo straordinario, se c’è, altrimenti due. Caspita! Dalla Elena a Preli io ne prendo duecentocinquanta per il mio appartamento di cinque vani, ma capisco la futilità dell’argomento e sto zitto. L’altro si accorge della mia delusione, dice che gli devo duecento lire per avermi portato fin quassù a vedere la camera. Non ho in tasca la cifra sufficiente. Lui brontola e lascia perdere. A parte l’umiliazione, lascio perdere anch’io l’intera faccenda della fuga da Preli. In casa di Lillì tutti mi accolgono bene. Quando entro mi intrattiene per prima nonna Tecla perché sta sempre in sala al tavolino dei solitari accanto alla stufa. È appena stata abbandonata dal suo uomo molto più giovane di lei e ha bisogno di una forte raccomandazione, meglio se del prete, perché vuole andare al Paverano, il ricovero dei vecchi alla Doria, dove i soldi della pensione le basteranno per pagare la retta mensile. A voce alta per farsi sentire in cucina dalla figlia, con cui da anni non parla, ripete spesso lo stesso ritornello: «Nell’albergo dei poveri la vita è più confortevole che in casa propria!» Milla, la figlia di Tecla e madre di Lillì, è ancora una bella donna, chiacchierata perché durante la guerra lavorava in fabbrica ed ha continuato anche dopo fino a quando hanno chiuso lo stabilimento. Per lo standard di Preli è troppo emancipata, lo si vede dal trucco, dal modo di vestire, di camminare e di parlare. Le male lingue dicono che in una retata della polizia è stata presa tra le donne di malaffare, ma io penso sia il frutto della fantasia delle menti più retrive di Preli, che non le perdonano la provenienza cittadina, di aver lavorato in fabbrica e di

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