Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 riconosciuto capofamiglia di fatto e di diritto, e riscuoto anche gli arretrati. Per celebrare l’evento mamma Linda ordina per tutti e tre il tacchino in polleria e a tavola ci racconta che non l’aveva più mangiato da quando abitavamo in corso Sardegna. Con gli assegni la nostra condizione finanziaria migliora un tantino e la domenica possiamo permetterci il dolce. In officina c’è molto lavoro urgente e non facciamo mai un giorno di festa. Alcuni operai per fare una pausa rigeneratrice ricorrono all’infortunio autoinflitto riscuotendo un’assicurazione che equivale a circa il settanta per cento della paga delle ultime due settimane compresi gli straordinari. Tutto sta ad averne il coraggio. L’idea mi attrae, guardo il mare e il desiderio di fare una vacanza mi divora. Nelle ultime settimane ho fatto lo straordinario tutte le domeniche e tutte le sere, più un paio di notti a bordo, dove la paga è più alta. Piffero, il nostro leader, il più bullo, orgoglioso della sua lunga esperienza di infortunatore, mi offre la sua collaborazione, devo solo avvisarlo per tempo e al resto ci pensa lui. Adesso o mai più! Piffero mi accompagna in un angolo remoto dell’officina e porta con sé una scatola di cerini e un’agretta (il tappo di metallo a corona usato nelle bottigliette delle bibite) da cui ha tolto il dischetto di sughero e ci viene anche Dino per dare la sua testimonianza in caso di necessità. Anche il saldatore, chiamato Gesù per i suoi occhi celesti, è stato avvisato di sostenere che, mentre tagliava una piastra con il cannello ossidrico, io passavo vicino al suo banchetto e una goccia di ferro incandescente mi è entrata nella scarpa. Piffero mi consiglia la caviglia, più facile da tenere fasciata, posiziona l’agretta sulla gamba, ci mette dentro un cerino acceso, poi ce ne mette un altro, e così via per almeno due minuti permettendo alla carne di arrostire lentamente. C’è odore di carne bruciata, il dolore è grave ma resisto pensando agli eroi di tutte le guerre vicine e lontane che andavano all’assalto delle mura delle città e dei castelli e venivano respinti con pentoloni di olio bollente. Completato il lavoro Piffero sparisce e io vado da Carli, il capo reparto, preoccupato per avere subìto lo stesso tipo di infortunio di tanti altri. Ma a lui reparto non interessano le mie balle! Appena mi vede dice a Nin: «Eccone un altro!» Nin è un uomo all’antica, di poche parole, di grande serietà nel mestiere e mi vergogno perché so che mi stima e mi vuole bene. «È una bischerata!» penso tra me e me, ma ormai è fatta e sono grato del suo silenzio. Carli, senza lasciarmi raccontare com’è successo, mi dice «Chi è

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