Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 27 Bancarotta Ritornato in officina, il lavoro mi pare più duro di prima, ma adesso almeno mia madre ha smesso i musi lunghi. Passano alcune settimane e, mentre a mezzogiorno attraverso la strada per andare alla mensa, vedo mio padre che mi aspetta in portineria. Lo riconosco a stento, è dimagrito di almeno venti chili e mi fa un’impressione terrible. Non faccio in tempo a chiedere cosa è successo che lui mi racconta come l’infame socio lo ha truffato: mentre si trovava in Calabria a comprare le mucche da macellare per il loro macello, sono spariti in un colpo solo insieme al socio gli attrezzi, la merce e i soldi sia dalla cassa sia dal conto in banca. A mio padre sono rimasti solo i debiti, e i creditori minacciano la bancarotta fraudolenta. Anche la sua proprietà a Preli, dove abitiamo noi, potrebbe essere sequestrata da un momento all’altro a meno che noi gli prestiamo i soldi per evitare di trovarci tutti in mezzo a una strada. Questa proprio non me l’aspettavo. Gli rispondo furioso che noi abbiamo accumulato solo pidocchi, mi dispiace doverglielo dire chiaro e tondo adesso che lo vedo così mal ridotto, ma è la verità. I soldi che ho guadagnato li ho sempre dati a mia madre, che ha provveduto alle minime spese necessarie, trattengo per me solo qualcosa per uscire una volta la settimana con gli amici o andare al cinema e non ho mai potuto risparmiare una lira. Anche la terra della villa è trascurata per le troppe ore passate in officina e non rende più niente. Ci aiutavano Gillo e Serafino, ma uno è morto, l’altro è vecchio, e a Preli come altrove nella periferia della città adesso la terra viene abbandonata e la gente si trasferisce nei centri industrializzati. Mio padre ci ha tenuto fuori dai suoi affetti e dai suoi affari da anni, fin dal 1941, quando era stato richiamato in servizio. In casa ci eravamo perfino dimenticati di lui. Venirmi a raccontare adesso che è stato derubato è una storia debole, doveva essere più scaltro quando sceglieva il socio. Non sappiamo neppure dove abita, dov’è il macello, chi era il socio. L’ora del pasto in officina è quasi finita ma non ho mangiato niente. Non ho fame. Vorrei solo che se ne andasse, ma credo che non sappia dove andare. Mi
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