Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 viene in mente che in una vecchia fortezza dei tedeschi ci sono dei rottami di ferro, potrei prendermi qualche giorno di cassa mutua e venderlo in città, dove viene pagato bene, ma è un’idea che non piace per niente a lui e poco anche a me. Devo riprendere a lavorare quando mi chiede di vendere il mio saxofono con la promessa che appena gli affari si riprenderanno mi restituirà l’intera somma con gli interessi. Non provo risentimento nei suoi confronti ma tanta pena per la meschinità del suo stato. Se avessi qualche lira in tasca gliela darei, ma tiro fuori il portafoglio, lo apro e gli faccio vedere che è davvero vuoto. La sera riferisco a mamma Linda dell’incontro e lei entra subito in uno stato di estrema agitazione: «Verranno gli uscieri! Ci sarà il pignoramento, dobbiamo prepararci al peggio. È un maledetto! — ripete con insistenza — Per legge devono lasciarci il letto per dormire, una sedia a testa, il tavolo e l’indispensabile per campare, il resto lo venderanno all’asta.» Cerco di rincuorarla, ci ho pensato tutto il pomeriggio: se lui all’anagrafe non risulta domiciliato con noi andranno a cercare la sua roba dove abita adesso. Più complicata mi pare la faccenda della proprietà immobiliare. Se la venderanno per ordine del tribunale noi non ci muoveremo semplicemente perché non sappiamo dove andare. I nostri appartamenti sopra non ci rendono niente, hanno l’affitto e lo sfratto bloccato. Dobbiamo girare la disgrazia a nostro vantaggio: sfratteremo la Elena, che si fa beffe di noi, lei che è proprietaria di appartamenti altrove e paga per un mese di affitto l’equivalente di quattro ore del mio lavoro. Potrebbe diventare l’occasione buona per riavere l’appartamento. Sarà un procedimento che richiederà tempo e denaro, ma ce la faremo. Nel frattempo scoraggeremo tutti quelli che verranno a vedere la proprietà per comprarla e nell’eventualità che dovessero comprarla lo stesso, dovranno farci causa per cacciarci. Linda non è convinta e sostiene che è meglio essere prudenti e portare via di casa tutto quello che è a rischio: «Domani stesso chiederò all’amica Anna di prestarci una camera vuota dove mettere la nostra roba.» Così dopo il lavoro Giacomo ed io con altri amici trasportiamo a spalle i mobili e gli altri pochi oggetti superstiti dei tempi dorati della nonna Concezione, tutti di puro valore sentimentale. Quando l’operazione è terminata la nostra casa somiglia a un rifugio di profughi.
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