Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Non abbiamo neppure il tempo di abituarci alla nuova condizione che una sera autunnale, mentre scendo dal tram in San Sebastiano, vedo sotto la pensilina della fermata mio padre che mi aspetta. Ha gli occhi cerchiati di nero e la barba lunga. Ci risiamo! Mi ordina senza vergogna di precederlo, avvisare mia madre che sta arrivando e dirle di preparargli il letto perché sarà lì a momenti. In casa il suo letto non c’è più, non c’è più niente da portare via o da vendere. Non lo dico forte, ma quello che mi sorprende di più è l’insolita delicatezza usata nei confronti della moglie. Procediamo insieme senza parlare lungo la salita Preli. Quando arriviamo mio padre si ferma dietro l’angolo in attesa che io gli porti il responso della moglie. Questo è immediato: mamma Linda va in bestia e grida forte: «Presto bambini, barrichiamo porte e finestre! Se tenterà di entrare con la forza lo cacceremo a bastonate.» Esco per riferire, Giovanni insiste che la casa è sua, torno in casa, mamma Linda riprende a gridare: «È un vigliacco! Sa solo profittare della sua famiglia mentre fuori cede con tutti!». Ci abbraccia uno alla volta, ci esorta a essere forti mentre fuori Giovanni impreca e bombarda la porta di pugni. La mamma ordina a mio fratello di andare nella stalla, riempire i secchi di calcinacci per tirarglieli in testa dalla finestra del primo piano. Giovanni prende la scala a pioli, la poggia contro il davanzale della finestra e mentre si appresta a salire io gliela spingo lontano, non si è fatto male e sono sollevato. Alla finestra dei piani superiori gli inquilini assistono allo spettacolo con le luci spente per non farsi vedere come ai tempi dei bombardamenti. Giovanni prende un piccone dal fienile e sferra una violenta picconata contro la porta. La situazione si fa seria, lo avverto che se ci riprova gli tiriamo i calcinacci in testa. Recepito il messaggio l’attaccante abbandona il piccone ma non sappiamo quanto durerà la pausa e non cantiamo vittoria. Uscendo dalla finestra della sala, mio fratello Giacomo va in cerca di aiuto e torna con Milla e il marito, che con aria innocente fanno finta di essere venuti ad ascoltare la radio dagli inquilini. Mio padre conosce Milla da sempre, gli è sempre piaciuta, e adesso che lei lo saluta cordialmente Giovanni si ammansisce come un agnello e si scusa dicendo che c’è stato un malinteso in famiglia e che tutto si risolverà per il meglio. Io assisto alla scena stupefatto e mamma Linda non demorde: «Solo lui ha malinteso, noi le idee le abbiamo chiare e in casa non lo vogliamo.» Fuori piove e bisogna risolvere la situazione adesso che abbiamo due testimoni.

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