Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 venuto a trovarci per questo. Ci ha raccontato su Giovanni cose interessanti che valgono bene un piatto di pasta, se lo è guadagnato! Non c’è comunque da cantare vittoria. Giovanni non ha soldi. Con le trecentomila lire ricevute in prestito da Felice ha tamponato le falle più urgenti ed è tornato a Preli a chiedergli un altro prestito, ma questa volta il fratello lo ha fatto filare. L’unico punto fermo sul quale mio padre non smette mai di contare è la casa con la villa dove abitiamo noi avuta in donazione dal padre quando si è sposato con Linda. Per quattro soldi vende il pollaio, così scompaiono anche le nostre ultime tre galline. In casa ci obbliga a dividere l’abitazione a metà ed affittarla. Al pianoterra perdiamo la stalla, al primo piano la sala e la camera grande, fuori la villa. A noi rimangono la cucina al pianoterra, il retro buio senza finestre ricavato nella roccia dove scorre l’acqua quando piove, e il vano della scala per salire di sopra, dove ci sono la camera e il gabinetto. Mario, il nuovo inquilino, è un uomo sulla quarantina, miope, schivo e silenzioso, sposato con Noemi. Lui è guardia giurata e fa i turni, lei lavora a ore in diverse famiglie della città. I due figli, maschio e femmina, vanno ancora a scuola. Mario non ha alcuna dimestichezza con la terra, ma nella disperazione ha preso in affitto la casa rurale con la villa. Ha scavato buche dappertutto e recintato un campo enorme per tenerci dentro quattro galline, le olive le raccoglie poco e male e la proprietà deperisce. Dal canto nostro dormiamo in tre nell’unica camera suddivisa da una parete provvisoria.

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