Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Il nuovo posto di mio padre pare studiato apposta per lui. L’American Export Line occupa un intero palazzo di cinque piani. In ogni piano presta servizio un guardiano con il compito di sorvegliare gli uffici, vuotare i portacenere, aggiornare il calendario, tagliare le pagine di giornali vecchi in fogli piccoli da mettere nei gabinetti, ricaricare la molla dell’orologio sul muro, vuotare i cestini della carta straccia, spolverare le scrivanie e scopare il pavimento. Un paio d’ore sono più che sufficienti, l’ambiente è riscaldato durante l’inverno, arieggiato d’estate. Giovanni ogni sera legge il giornale, si corica verso le undici e dorme su un divano fino alle sette del mattino, ora di smontare. La paga è sindacale, megliore di quella di un operaio che lavora in fabbrica, con diritto alle ferie, alle festività, alla gratifica natalizia, ai contributi pensionistici ecc. Durante la giornata è libero e riposato. Risiede in un abbaino in via di Prè distante qualche centinaio di metri dal lavoro, è comodo per la spesa, vicino ai mercatini e alle botteghe del centro storico. Alla moglie Linda e al figlio Giacomo, minorenne senza lavoro, Giovanni non passa niente. Ha ripreso la sua insolenza, ripete che è stato derubato e che i soldi che guadagna gli servono per pagare i debiti. Da parte nostra riteniamo sia meglio continuare a non vederlo. In Preli però ci viene con il cappotto e il cappello nuovi. Per la prima volta in vita sua ha un lavoro chiaro e un orario da rispettare. Non ha ancora cinquanta anni. Ha ancora tanto tempo davanti.
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