Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 29 Carmen e la naja Una sera dell’autunno del 1951 parto alla volta della Scuola Truppe Corazzate di Caserta e vengo accompagnato alla stazione Brignole di Genova da mamma Linda, mio fratello Giacomo, Carmen ed alcuni amici. Non ho ancora compiuto i ventun anni, piove, fa freddo e in stazione c’è poca luce. Mia madre mi raccomanda di non preoccuparmi per lei: «Giacomo ormai lavora nel bar, le ventimila lire al mese che guadagna le dà in casa, per il suo bisogno personale gli bastano le mance.» Ha la solidarietà delle amiche, andrà a fare la giornata a servizio domestico un po’ da una un po’ dall’altra. C’è anche Carmen, la mia nuova ragazza, ma l’occasione non permette effusioni. È molto giovane, ha sì e no quindici anni, ed è entrata nella mia vita da poco, quando una sera senza neppure accorgercene ci siamo trovati l’uno nelle braccia dell’altra. La nostra storia d’amore è cominciata sul tram. Lei leggeva sempre tenendo il libro vicino agli occhi, credevo fosse miope, invece non lo era. Ci scambiavamo delle opinioni sui libri che leggeva, le interessavano le mie pene, le mie passioni e soprattutto le mie ambizioni di riuscire nella vita. Parlavamo di film, di canzonette, di musica, ma soprattutto dei nostri sogni. In quel periodo frequentavo Maria Fiffi, una ragazza meravigliosa che studiava il bel canto con una bella voce di soprano. L’avrei finanziata io se fossi stato ricco perché credevo nella sua voce, ma siccome ricco non lo ero quando uscivamo insieme dovevamo mangiare un panino seduti sulle panchine dei giardini pubblici. Per pavoneggiarmi con gli amici l’avevo portata a conoscere mamma Linda. Bellissima, imponente, Maria sprizzava vita da ogni poro. Per darmi delle arie, raccontavo a Carmen le virtù della Fiffi e lei mi ascoltava con curiosità, mi dava dei consigli come se si trattasse di discutere una novella da scrivere o il soggetto di un film da sceneggiare. Con Carmen era un vero piacere discorrere, finalmente una rappresentante del gentil sesso aperta, che mi trattava alla pari, senza chiusure mentali o pregiudizi di sorta. C’era un che di ingenuo nei nostri ragionamenti. Carmen mi piaceva così com’era: giovane, esile, indifesa, ed io

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