Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 riconosciuto e quindi non avergli dato l’alto là. L’ispezione vera viene fatta oltre la mezzanotte, dopo si può stare tranquilli. Comunque è meglio non addormentarsi. Seduto sul barile, rimango immobile a guardare i ratti che escono dai tombini e si rincorrono. Se non avessi paura di venire morsicato li lascerei venire più vicini. Nelle ventiquattro ore di turno la barba cresce il doppio del normale ed è più dura di quando si dorme. Comincio a pentirmi di non essere rimasto a Caserta, anche gli altri cercano a proprio modo di evitare la guardia. Filomeno è di Genova, figlio di immigrati e sperando di venire esentato dalla guardia ha accettato per disperazione di fare l’attendente al Maggiore, che lo manda a casa dalla moglie a sbattere i tappeti, spolverare i mobili, lucidare il pavimento, fare il bagno al cagnolino ecc. È diventato mogio e taciturno e comunque tornando la sera in caserma si ritrova il nome sulla tabella dei turni. La scusa è sempre la stessa: siamo in pochi, dobbiamo sacrificarci. Anche Tedone con gli amici non parla più, non scherza più, quando gli capita una serata libera preferisce rimanere in camerata a dormire. Marco, padovano, motociclista dello squadrone, per avere qualche giorno di riposo non ha trovato di meglio che farsi circoncidere in ospedale. Avrà avuto le sue buone ragioni, ma adesso ha il pene fasciato grande come un cetriolo e dice che gli fa male. Se la passa meglio Alessandro, esentato da tutti i servizi in caserma. All’arrivo a Rovezzano veniva continuamente ripreso dal sergente durante la ginnastica. Al salto della cavallina per esempio ci si sedeva sopra invece di oltrepassarla a volo. Si difendeva lamentandosi del rancio, che era scarso e non di suo gusto, dicendo che per fare i salti bisogna mangiare le bistecche, e appena aveva qualche minuto libero andava in cantina a comprare una scatoletta di tonno o di sardine. In compenso ha il pallino delle armi. Proviene da una stirpe di armaioli. A casa possiede una ricca collezione di fucili di varie epoche, marche e calibri, custoditi oleati sotto chiave in un apposito armadio di vetro e regolarmente denunciati. Il suo gran discorrere di scienza armigera è arrivato alle orecchie del maresciallo dell’armeria del Reggimento, che l’ha voluto con sé. Adesso ha uno stanzino tutto suo con branda e lavabo nell’armeria. Quando sono di guardia alla porta lo vedo uscire la sera per andare in trattoria o nelle case di piacere e quando sono di sentinella nella garitta lo saluto con il presentatarmi riservato agli ufficiali. Lui non lo gradisce e tira dritto perché teme qualche guaio.

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