Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Sono passati quasi quindici mesi dall’inizio della naja e si avvicina la fine. Pecorella e Bianchi, due commilitoni del mio squadrone, hanno fatto i calcoli, hanno firmato di continuare e sono stati promossi caporali. Dicono che ai loro rispettivi paesi li aspetta la disoccupazione e la miseria. Con la carriera militare avranno maturato il diritto alla pensione tra vent’anni e saranno ancora abbastanza giovani. Al momento del congedo, nella primavera del 1953, non mi è possibile restituire il cinturone perché me lo hanno rubato qualche mese prima. Il maresciallo, cui sono antipatico, sfrutta l’occasione per addebitarmi cinquecento lire. Mi era stato consigliato di rubarlo a mia volta, ma non ho voluto farlo. «La pistola — mi sento dire dal magazziniere con disapprovazione — è stata tenuta molto male, non è mai stata pulita.» È vero, sono orgoglioso di non averla mai estratta dalla custodia. La divisa la consegno insieme a tutto il resto e me ne danno un’altra vecchia da indossare per il viaggio a casa con l’impegno verbale di riconsegnarla entro due settimane al Distretto Militare della città di residenza. Il basco posso tenerlo, rimane mio.
Made with FlippingBook
RkJQdWJsaXNoZXIy MTI3ODI1