Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 un taxi, l’ha accompagnata a casa, ha incontrato il padre ed è rimasto intrappolato. La ragazza era incinta. La sera quando usciamo dal Porto, se la moglie lo aspetta in piazza Cavour noi passiamo da piazza Carimento e se lo aspetta a piazza Caricamento noi uscimo da piazza Cavour. Quando è cassa integrato va nel bar a giocare al bigliardo e che vinca o perda i pochi soldi se ne vanno lo stesso. La moglie partecipa al ménage familiare con qualche giornata di lavoro saltuario in ufficio, senza essere messa in regola con i contributi sindacali. Nelle ore in cui lei lavora Renzo bada alla bambina, ma lo fa di malavoglia perché non può andare nel bar. Recentemente in officina si è presentato un lavoraccio brutto, sporco. A bordo di un mercantile decrepito c’erano da tagliare con l’ossigeno alcune paratie di lamiera corrose dalla carbonella e dalla ruggine. Ci hanno mandato Piffero con le bombole e il canello. A lavoro ultimato il nostro eroe è tornato a terra tutto contento perché con quel lavoro a bordo ha imparato il mestiere come non lo aveva nei sette anni di apprendistato in officina. Ma non è più il ragazzo di una volta, soffre di disturbi alla tiroide, ha perso lo smalto giovanile del bullo che sa guidare il gruppo nel momento decisivo della scelta delle donne, dei film, degli attori, delle sale da ballo, delle canzoni, della stoffa per il vestito, delle cravatte. Gli è rimasta solo la parlantina, è ancora lui che tiene banco e fa prevalere il suo punto di vista su quello degli altri. In questi mesi l’evento più felice è la cassa integrazione, che mi permette di usare il tempo libero per la mia vita privata. Nei giorni feriali vado sui monti all’alba, vago per i sentieri battuti nella mia infanzia. Carmen la vedo la sera quando esce dalla bottega dove lavora in via San Vincenzo. Camminiamo insieme, ha sempre tante cose da raccontare con loquacità briosa. La domenica andiamo al cinema, all’Alfieri o al Chiabrera, dove l’entrata costa poco e danno film in terza o quarta visione. La sua mano stretta nella mia nell’oscurità della sala cinematografa mi appaga. Mi piace il suo corpo snello, esile. Lei dice che è una finta magra ed io l’assecondo felice perché mi va bene così com’è. La sua presenza fisica è fonte di continue sensazioni superlative. Quando mi apro con lei ci troviamo d’accordo, mi piace condividere con lei i progetti, sognare un avvenire radioso, tutto nostro, ancora da scoprire, da inventare. Intanto nel clima di sfiducia generale si materializza la tanto temuta notizia dei licenziamenti. Subito si sparge il panico, ma è presto

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