Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 penna e comincia a fare i conti: ottantamila per questo, sessantamila per quello, ferie non godute, anzianità di lavoro, gratifica natalizia, bonus, conguaglio ecc. Mentre compila la lista mi ricordo del vestito comprato a rate che sto pagando con cinquecento lire al mese di ritenute sulla busta paga. L’impiegato estrae un foglio dalla mia cartella e legge: «Prezzo dell’abito lire ventiquattromila, meno mille lire pagate in contanti all’atto d’acquisto, meno due rate di lire cinquecento, uguale lire ventiduemila da pagare a saldo.» «Bene — esclama l’ingegnere — pagheremo noi anche queste. Voglio che la nuova vita di questo bravo giovane cominci senza debiti.» Esco contento dall’ufficio con un assegno da duecentocinquantamila lire. In vita mia non ho mai visto tanti soldi tutti in una volta, più le belle parole e le promesse. Racconterò tutto a Carmen, finalmente si prospetta la possibilità di sposarci. Chi lo avrebbe mai detto che il licenziamento in piena crisi fosse tanto dolce? Mentre attraverso la strada per tornare nel reparto con la notizia, incrocio Piffero e gli domando se anche lui sta andando in direzione. Diventa pallido come uno spettro quasi sviene. Mi ha frainteso e lo rassicuro che nessuno vuole licenziarlo, ma sono sbalordito. Chi lo avrebbe mai detto che un ragazzo tanto audace, il nostro leader, potesse diventare così pavido. In quell’istante vedo sulla strada Feipo, che avrà più di ottanta anni. È furibondo, bestemmia e gesticola, lo hanno licenziato un’ora fa, è andato a rimproverare Carli, il capofficina, ha raccolto le sue poche cose nell’armadietto di ferro e adesso se ne va senza salutare nessuno.
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