Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 civile per liberare l’appartamento dalla Elena, chiederò il sussidio disoccupazione, ridurremo le spese come ai tempi della naja. Intanto vado a iscrivermi nel registro dei disoccupati. L’ufficio più vicino è a Prato al capolinea del 31 all’estremo nord della città e pare studiato apposta per complicare le cose. Lì ci sono due impiegati, uno anziano e l’altro giovane. L’anziano mi avverte subito che di richieste di operai nel mio ramo e di mano d’opera in generale non ce n’è neppure l’ombra. Gli tremano le mani e la voce mentre mi spiega le regole per compilare la domanda, ha un fare nervoso. Quando dice che il modulo dev’essere controfirmato dal genitore mi assale una gran voglia di dargli un pugno sul naso, ma controllo i nervi. Non ho nessuna intenzione di raccontargli la storia della mia vita e rifletto un momento: a due fermate di tram dall’ufficio c’è la Doria, la caserma dei carabinieri dove mio padre prestava servizio durante la guerra. Perché mio padre non potrebbe esserci ancora? Prendo la carta senza fiatare, entro in un bar per un caffè, lascio passare mezz’ora, firmo col nome di Giovanni e torno dall’impiegato. Lui vuole sapere come ho fatto a fare così presto. Rispondo che mio padre è carabiniere e presta servizio alla Doria, sono andato da lui, l’ho fatto firmare e sono tornato. Non replica, comincia a controllare cosa ho scritto sulla domanda, spunta le risposte con la matita e mette il foglio nel panierino sulla scrivania pronto per essere inoltrato. Ed io tiro un sospiro di sollievo. Mentre impiega ancora qualche minuto per spiegarmi che dovrò tornare il mattino di ogni giorno lavorativo a firmare, rientra nell’ufficio con la domanda controfirmata dal padre anche il ragazzo che avevo già visto prima in fila dietro di me. Alla vista di quella seconda firma sospetta l’impiegato oltre alla sua domanda strappa anche la mia, le appallottola e le cestina. Se fossi un violento gli darei un sacco di botte, ma mi limito a fargli inutili rimostranze mentre il mio compagno grida: «Quello è pazzo! Da rinchiudere in manicomio.» L’impiegato ci dà due nuovi moduli e ci ammonisce di farli firmare dal genitore come esige la legge. Li prendiamo, ma l’altro ragazzo butta il suo nel cestino oltre il bancone dell’impiegato e se ne va. Nei giorni che seguiranno tornerò ogni mattina a Prato a firmare il registro. Mi viene pagata la disoccupazione, che supera appena le millecinquecento lire la settimana. Per riscuoterla devo accollarmi il costo del tram e perdere l’intera mattina. Ma perché non ci fanno firmare vicino a
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