Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 casa? Prendo l’influenza, non posso uscire per tre giorni e senza la firma mi viene detratta la quota giornaliera. Se voglio essere pagato per intero devo portare il certificato medico. Il giovedì è il giorno in cui visita nell’ambulatorio dell’Officina Campanella il dottore della mutua, che mi conosce, e gli chiedo il certificato, ma di regola non potrebbe farmelo perchè non sono più un dipendente della ditta. Dopo una parola buona dell’infermiere Daniele, decide di accontentarmi per questa volta solo a patto che lasci pagato da bere al chiosco sulla Calata per sè, per l’infermiere Daniele e per Pinotto, il portinaio sempre presente a tutti gli eventi della giornata. Comunque il diritto al sussidio di disoccupazione dura sei mesi. Passati quelli, tra breve, più neppure quello. Per le feste di natale arriva la gratifica natalizia sancita per legge e riscuoto la settimana doppia. Alla faccia della miseria compro una bottiglia di Doppio Kumel e della frutta secca. Fa freddo, nevica, sono stufo di questa vita, ne ho abbastanza di previdenza sociale, di regolamenti e di impiegati nevrotici. Dopo le feste cercherò qualcosa di intelligente e di redditizio e non andrò più a firmare a Prato. Intanto le amiche di mia madre continuano a interessarsi al mio caso e sono tutte concordi nell’augurarmi il posto fisso, sicuro, dove nessuno potrà più licenziarmi, così potrò formarmi una famiglia e vivere tranquillo fino alla pensione e alla vecchiaia. Meglio di tutto sarebbe un posto statale, dove la paga è buona, si lavora poco, gli orari sono flessibili e si godono tanti benefici che nel settore privato neppure se li sognano. Hanno ragione: con il posto fisso nel settore pubblico starei meglio che in fabbrica. In certi enti, i dipendenti ricevono due divise l’anno, il cappotto, le scarpe o gli stivali. Il marito di Amelia, guardiano nel cimitero riceve due divise l’anno e ogni sei mesi ne vende una perché in dodici non ne consuma neppure una. A queste brave donne tutto appare incredibilmente facile. Mia madre la pensa come loro, ma vivono in un’altra dimensione, il posto fisso non fa per me. In cambio di quattro soldi per campare passerei la vita nel continuo tedio per ritrovarmi un giorno vecchio e rimbambito. Sono ancora troppo giovane per arrendermi, rinunciare alla speranza. Aspetterò. Intanto in casa, visto che ne ho il tempo e che non me ne manca la dedizione, inizio a scrivere un racconto. Mia madre incontra per caso Angiolino, il fabbro ferraio che ha l’officina a San Sebastiano, e gli racconta
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