Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 domande dell’ufficio. Tutti più in gamba di me, tutti diplomati, tutti super raccomandati. E poi bisogna aspettare il concorso. Ne riparleremo a tempo debito... Nel frattempo è arrivata alle orecchie di mio padre la notizia che sono disoccupato e vuole incontrarmi. Sapermi senza lavoro credo che rappresenti per lui motivo di inquietudine: non guadagnando, non posso dare i soldi in casa. Non teme certo di rimetterci di tasca sua, lo abbiamo visto durante il periodo del militare, ma intuisco che se fossi occupato sarebbe più contento. Ci vediamo in un bar sotto Ripa, dove arriva sconvolto cinque minuti dopo di me. Conosco la tattica, è la solita messa in scena per esimersi da eventuali responsabilità e già mi pento di essere venuto. Le sue prime parole sono acide, ha saputo che sono comunista: «Per questo ti hanno licenziato!» Nonostante la mia riluttanza a rispondergli, lo informo che mi hanno licenziato per colpa sua. Hanno ottenuto il permesso di licenziare gli scapoli senza nessuno a carico. Il diritto agli assegni famigliari l’avevo già perso quando ero andato militare, adesso ho perso anche il lavoro grazie a mio padre, che lavora e guadagna e, in teoria, provvede alla moglie e ai figli. Sono nauseato, ne abbiamo discusso più volte, ma sono parole al vento. Chiedo solo chi gli ha raccontato la storia del Partito Comunista. «Mandi — risponde senza esitazione, convinto di avermi preso in castagna —, il figlio della Silvia, l’amica della mamma e la tua madrina.» Mandi è un fanatico anticomunista. Alla fine della guerra ha preferito andare in Porto invece di tornare a fare il pasticcere con suo padre. Lì i comunisti erano in testa e Mandi si è iscritto al Partito. Poi era cominciata la crisi e Mandi non è riuscito a mantenere il posto perché i compagni davano la precedenza ai veterani che avevano lottato. Si sentì tradito e strappò la tessera del Partito in piena assemblea. Passato nel campo avverso avviò una campagna di odio e di vendetta che gli valse il posto, che occupa tutt’ora, nell’Officina del Gas Gavette. Quando ho finito di raccontare quel poco che so di Mandi, mio padre tace. Lo so che non l’ho convinto, non perché pensa che gli racconti delle bugie, ma perché le nostre circostanze, le nostre idee, i nostri sentimenti sono così diversi da così tanto tempo che è impossibile intendersi. Eppure proprio adesso che l’acrimonia più greve è finita sento più forte il bisogno di avere un padre in cui confidare e credere. Ci avviamo verso piazza De Ferrari, dove io intendo prendere il tram per tornare a casa e lui andare per
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