Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 i fatti suoi. Ma il caso vuole che vicino al chiosco dei giornali incontriamo alcuni operai dell’Officina Campanella, tra cui c’è Piffero, che discutono animatamente dei recenti licenziamenti avvenuti in ditta. Presento mio padre, che non perde l’occasione per farsi bello sfruttando la sua età con noi, che siamo tutti giovani. Conosce gente importante, domani stesso parlerà con il suo amico senatore, che con una telefonata mi assicurerà un’occupazione migliore di quella che avevo in Porto. La conversazione si anima e mio padre interroga due operai licenziati, per sapere come sono andate davvero le cose. Entrambi lo rassicurano che il lavoro manca ormai da mesi, che non c’è stata nessuna agitazione sindacale, che la politica non c’entra. Gli dicono anche quanto hanno preso di liquidazione. Mi viene un colpo, adesso mio padre sa quanto ho preso io. D’altro canto sono contento di sapere di non avere avuto dall’ingegnere un trattamento speciale. Non devo niente a nessuno. Ormai ho imparato le formule a memoria e preparo in fretta le domande di lavoro. Le amiche di mia madre dicono che bisogna insistere, seguo tutte le piste, vado a fare anticamera e colloqui dappertutto. Tutti si complimentano della mia volontà di lavorare, mi esortano ad avere fiducia, poi concludono con la solita frase che pare un disco rotto: «Non tornare prima di essere chiamato. Appena si aprirà uno spiraglio ci facciamo vivi noi.» Una fortunata mattina di sole incontro Armando mentre cammino senza meta nel centro storico di Genova. Con lui avevo lavorato all’Officina Campanella, poi aveva sposato la nipote della Busca, la titolare dell’avviata pescheria Demetrio in centro città, cambiato mestiere — adesso fa il pescivendolo anche lui — e non ci eravamo più visti. Mi racconta che ha un figlio di quattro anni, in famiglia stanno tutti bene e gli affari prosperano. Con un socio titolare di un banco al mercato del pesce sta allestendo una nuova pescheria in piazza Campetto e mi porta a vedere il locale. Dentro ci sono degli operai che danno mano alle rifiniture e un pittore dietro il bancone di vendita sta affrescando scene di pesca con i pescherecci attraccati alla banchina e i pescatori che scaricano le cassette ricolme di pesce. Su un altro muro sta scritto in grande il nome della pescheria: ‘Ai peschereggi’. Accanto all’ingresso fa bella mostra una grande conchiglia di marmo bianco che servirà per esporre i frutti di mare. Il personale è già stato scelto tra le famiglie dei due soci, manca solo l’autista, che oltre a

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