Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Gavette. Le cose però si complicano. In casa la giovane moglie, estroversa e abituata a sgobbare come lavandaia nelle case dei ricchi, di punto in bianco si ritrova casalinga e contadina a lavorare la terra e mungere la mucca senza l’autonomia finanziaria cui il suo lavoro l’aveva abituata. In officina, Beppe fa frequenti assenze, giustificate con fantomatiche malattie impossibili da diagnosticare, fintanto che una mattina non incontra in strada il capo reparto. È quanto gli basta per chiudere definitivamente il rapporto con l’officina. Ma la terra è dura, la mucca deperisce nella stalla e le poche lire americane finiscono. La moglie, giovane e delusa dal marito, dopo aver partorito il primogenito, Stefano, comincia a tradirlo. In pochi anni la famiglia cresce da tre componenti (il marito Beppe, la moglie Clotilde e il figlio Stefano) a sei (un altro maschio e due femmine), ma Beppe dice che solo il primo figlio è suo, gli altri tre sono degli uomini della moglie, che lui nomina in ordine: il secondogenito è di Ciuelo, la prima figlia del siciliano con il pancione e la seconda del carrettiere strabico. Mentre Beppe sceglie la via facile della resistenza passiva, Clotilde rientra a casa la sera con la borsa piena di cibo. Ricordo che in casa dello zio Beppe si cucinava con il fuoco a legna, che anneriva le pareti e le pignatte. Quando fa freddo, si tolgono dei pezzi di legno dai supporti del tetto o dalle pareti del fienile. Togliendone un po’ di qua, un po’ di là, un colpo di vento più forte del solito fa crollare la struttura con grande fragore. Sono tutti meravigliati, ma contenti che nessuno si sia fatto male. Il crollo procura la legna da ardere per un’altra stagione intera.

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