Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 è fermata della gente, chiedono un assaggio, un sorso ed io li accontento, fintanto che il socio mi batte la mano sulla spalla per dirmi che devo servire gli invitati dentro la bottega non i curiosi fuori sulla strada. È la prima volta che mi rivolge la parola e sono mortificato: nella mia ingenuità credevo che la festa fosse organizzata per attirare nuovi clienti. Alla fine del ricevimento sotto nel frigo sono rimaste delle bottiglie di spumante e io le metto bene in fondo, dove non va mai nessuno. Aspetto qualche giorno per vedere se qualcuno le reclama. Non succede. A fine giornata ne metto una in tasca e la porto a casa per rendere partecipi mamma e Carmen della festa di apertura di cui hanno tanto sentito parlare. Un mezzogiorno prima di uscire mi trovo giù sotto con Remo. Mentre metto in moto la pompa per svuotare la pozzetta dell’acqua sporca, scendono le signorine per cambiarsi e ci dicono di smammare perché non vogliono essere guardate. Remo ed io ubbidiamo senza difficoltà, nessuna delle due ci interessa. Appena risalite loro e lavati i banconi, abbassiamo le saracinesche e andiamo via anche noi. La pompa a mano rimane attaccata e quando torniamo alle quattro troviamo il motore bruciato. Sono affranto per il danno e per la brutta figura. Povera la mia testa, che quando facevo il tracciatore curava con impegno e precisione ogni particolare del lavoro, niente mi sfuggiva. In pescheria è diverso, dovrei concentrarmi di più. Qualche mattina dopo la Busca mi informa che il riavvolgimento del motore le è costato diecimila lire. La mia paga è di ottomila lire, stabilita da lei senza tenere in conto le ore straordinarie, i mancati contributi e le altre voci sindacali ormai riconosciute: prendere o lasciare sono le mie uniche possibilità. Però per fortuna il giorno di paga mi mette in mano le solite ottomila lire senza trattenermi niente per la riparazione della pompa. Passa ancora qualche settimana e Emma mi dice che ha telefonato Armando, mi vuole alla pescheria Demetrio. Vado in piazza Caricamento e parliamo per la prima volta da quando sono stato assunto Ai Peschereggi. Il camioncino è carico di ceste di pesce azzurro che ha comprato per pochi soldi dai pescatori sulla spiaggia di Arenzano. Mentre le scarichiamo mi fa vedere che ci sono mischiate acciughe grandi e piccole e lui vuole che le divida per vendere quelle grandi a un prezzo maggiore. Dice: «Quando ci rimettiamo nessuno si preoccupa di noi.» Lo rassicuro e la nostra conversazione finisce lì. Quanta acqua è passata sotto i ponti dai tempi in cui voleva battersi per il socialismo, fare la rivoluzione e cambiare il mondo!

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