Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Una cosa più antipatica della mia vita tra i pesci sono le quattro ore vuote a mezzogiorno. L’ideale sarebbe abitare vicino, rimpinzarsi a casa, trangugiare il vino, bere il caffè corretto, fare la siesta e prendersi l’infarto a quarant’anni. Ci mettiamo d’accordo Carmen ed io di passare insieme un paio d’ore, passeggiare con la mano nella mano e parlare dei nostri progetti. All’inizio cambiamo osteria ogni giorno, poi ne troviamo una pulita e con prezzi ragionevoli. Lì una donna alta e magra sulla cinquantina e con i cappelli bianchi si muove di gran lena intorno ai fornelli e si volta solo per prendere le ordinazioni e depositare i piatti pronti su un tavolino. Il marito, Giovanin, cameriere tutto fare con la salvietta buttata sulla spalla, ha l’accento bergamasco, capisce il genovese ma non lo parla, prende gli ordini, li passa alla moglie e serve in tavola. Gli avventori sono clienti abituali, lo si capisce dalle chiacchiere scambiate tra di loro e con Giovanin. Carmen e Umberto in osteria, Genova, 1954 Ci veniamo alcune volte ed entriamo in confidenza con Giovanin. Mi viene la tentazione di fargli una proposta: io gli fornisco il pesce, la moglie ce lo cucina e lui ci addebita solo la cottura e il servizio. Giovanin ne parla con la moglie e l’intesa è fatta. Quando si avvicina il mezzogiorno Remo ed io abbassiamo le saracinesche a metà, mettiamo la merce non venduta nelle

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