Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 cassette e le stipiamo nel frigo nel sotterraneo dopo che le signorine si sono cambiate. Durante quest’ultima operazione faccio scivolare nelle tasche dei pantaloni un paio di pesci di quelli buoni che mangiano solo i ricchi. Diamo una rapida lavata ai marmi dei banchi, abbassiamo del tutto le saracinesche ed io vado incontro alla mia ragazza, che arriva a piedi dalla strada che separa via San Vincenzo da piazza Campetto. Carmen è accaldata e sorridente, la giovinezza le sprizza da ogni poro e solo rivederla è per me la realizzazione di un grande sogno: quanta felicità! Mi piace tutto di lei. Indossa un bel vestitino leggero, porta i sandali color oro. Vorrei coprirla di baci, gridare al vento quanto l’amo, scriverlo a grandi lettere sui muri, dimentico le amarezze della mia vita stentata, non desidero altro che starle vicino. L’osteria di Giovanin è un po’ lontana, c’è in giro poca gente, dalle finestre aperte arrivano le chiacchiere di quelli che siedono a tavola. Procediamo abbracciati. Pranziamo in osteria uno di fronte all’altra. Tenendoci la mano sul tavolo, parliammo dei nostri progetti, del nostro futuro ancora tutto da scoprire. Un mezzogiorno Remo chiede a Rico se può prendere un po’ di pesce perché non ha in tasca una lira. Rico risponde con fare paterno: «Prendi i potassoli , che costano meno degli altri.» Io faccio finta di niente, controllo la quantità di pesce sia quando la porto giù nel frigorifero sia quando la riporto in negozio e constato che è sparito un nasello. Taccio, ma il furto viene rilevato di sopra e ne scaturisce una discussione vivace tra il personale. Tutti dicono la loro, ognuno nega di saperne niente. Lo ha preso Remo, Rico o qualcun altro? Il nasello è un pesce costoso e sparizioni di questo genere incidono sui bilanci di cassa. Dalla discussione cui ho assistito ho ricavato l’impressione che in giro si sappia già molto sul comportamento di tutti quanti. Smetto perciò di rubare il pesce per il pasto di mezzogiorno e spero che non sia già troppo tardi. Una mattina le operazioni al mercato del pesce si svolgono più lente del solito, sono ancora alla porta del Vescovado con il camioncino carico quando il campanile scandisce le nove. La strada è deserta e dopo un attimo di esitazione decido di proseguire comunque fin giù alla bottega. Scarichiamo e riparto rapido. Quando arrivo in fondo a piazza Campetto l’orologio segna le nove e diciassette minuti e mi fermano due vigili. Spiego che il camioncino me lo hanno dato in ritardo, ho caricato in fretta il pesce e non potevo fare altro che scaricarlo in bottega, dopotutto si tratta solo di
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