Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 pochi minuti. Uno di loro risponde categorico: «Non siamo qui per ascoltare delle chiacchiere,» e fa il verbale. Mi pare inutile insistere ancora, pago di tasca mia le mille e cinquanta lire dovute e porto la ricevuta a Rico. Il pomeriggio la Busca mi rimborsa i soldi e mi rimprovera di avere pagato la multa. Lei conosce un pezzo grosso al comando dei Vigili Urbani che l’avrebbe fatta cancellare. Mi ricorda inoltre che nella vita è importante essere furbi e soprattutto che, una volta usciti, i soldi non rientrano più. Avrei voluto spiegarle che volevo evitarle l’inconveniente di andare a pagare la multa chissà dove, ma lei si era già avviata senza lasciarmi parlare. Rico, il nostro capo, non è per niente severo, lavora e tira a campare. Ha anche una piccola pescheria sua in via di Prè, ma non gli rende abbastanza per sfamare tutta la famiglia. Indotto dalla bella paga della Busca, ha dato la sua in gestione ai figli. Da noi non impartisce ordini precisi a nessuno e si scusa per un niente. Noi ci arrangiamo come meglio crediamo o come vuole la Busca quando viene in bottega per qualche quarto d’ora al giorno. Quando Rico non serve i clienti, va avanti e indietro nel negozio, aggiusta i pesci sui banchi, scruta i passanti in vico San Matteo e cerca di invogliarli a comprare. Io lo imito, ma lo batto perché, mentre lui non fiata, io grido frasi allettanti sull’ottima qualità e il basso prezzo della merce esposta. Nei momenti di calma è interessante ascoltarlo quando ci parla dei pesci, della pesca, delle reti permesse e di quelle proibite a strascico, che dragano il fondale marino distruggendo ogni forma di fauna marina. Parla dei molluschi e dei crostacei, spiega che le aragoste verso la fine della loro agonia sembrano morte e nessuno le compra. Allora per dimostrare al cliente che sono ancora vive, bisogna alzarle dalla cesta con la mano e premere con il dito sugli occhi in modo che agitino la coda con il briciolo di vita che ancora gli rimane. Dopo la volta in cui mi ha chiesto di separare le alici grandi da quelle piccole rivedo Armando per caso in piazza Banchi di domenica mattina. La giornata è fantastica, l’aria tiepida, di vento neppure una bava. Da quando lavoro in bottega e guido il camioncino, il mio sogno prediletto è di uscire seduto al volante con Carmen accanto. Poterlo realizzare oggi — portarla in montagna, stare sdraiati sull’erba, carezzarle i capelli — mi farebbe l’uomo più felice del mondo! Chiedo perciò ad Armando se nel pomeriggio posso usare per qualche ora il camioncino per fare un giro alla Scofferra con la mia ragazza. Mi impegno a metterci la benzina e a riportare il veicolo nel
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