Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 parcheggio in piazza Caricamento la sera stessa. Armando risponde seccato: «Potrebbe succedere un incidente, se il camioncino subisse danni domani tutte e due le pescherie non avranno il pesce in bottega! La tua richiesta potrebbe invogliare i nipoti della Busca o altri del personale a chiedere anche loro di usare il camioncino, finora non è mai stato usato da nessuno per ragioni personali.» Da quel giorno Armando non l’ho più visto. Passa qualche settimana quando una mattina — tra la generale sorpresa, ma non troppo — Rico annuncia che siamo licenziati in tronco, tutti, lui compreso: «Di regola si riceve una settimana di preavviso, a noi non ce la danno ma ce la pagano.» E ci consegna le buste avute dalla Busca quella stessa mattina contenenti la notizia, presa all’unanimità dai soci, e i soldi della liquidazione. Hanno almeno dato una ragione? «No! — risponde seccato — non l’hanno data, siamo licenziati tutti eccetto le donne.» Chiedo a Rico se invece di andare a casa non è meglio andare alla Camera del Lavoro a reclamare i nostri diritti. Lui è d’accordo in linea di principio, ma esita perché prima di aprire la nuova pescheria gli era stato detto: «Facciamo una prova, se funziona bene, se non funziona ognuno tornerà per i fatti suoi, amici come prima.» Remo non vuole saperne perché se si sparge la voce che è ricorso al sindacato teme di vedersi preclusa qualsiasi possibilità di trovare un altro lavoro. Apre la busta, conta i soldi, la mette in tasca, ci saluta tutti quanti e lascia la bottega trascinando il piede sinistro rovinato da un attacco di poliomelite quando era bambino. Alla Camera del Lavoro Rico ed io esponiamo i fatti al funzionario, che ci promette di fare i conti di quello che ci spetta, di metterlo per iscritto e darcelo da portare alla Busca. Percepisco che Rico non è convinto, lo invito in un bar per un caffè, ma lui rifiuta. Stabiliamo quando tornare a prendere il documento, ma all’appuntamento non verrà. Lo rivedo qualche settimana dopo nella sua bottega in via di Prè nell’ora di punta. Per mancanza di spazio all’interno, le cassette con il pesce sono accatastate fuori. Attorniato dai figli, immerso nel lavoro, nemmeno si accorge della mia presenza. Mi fa piacere vederlo con il viso disteso, occupato. Nel negozio viene gente con pochi soldi, lo si vede dalla scarsa quantità di pesce pregiato esposto, ma lui sembra felice. Il conto preparato a mio favore dai sindacati non è malvagio. Nei pochi mesi estivi del 1954 in cui ho lavorato per lei, la Busca secondo loro mi ha sottratto quarantamila lire da quello che mi spetta di diritto. Porto in
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