Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 33 Ambizioni culturali Mamma Linda e le amiche sono tutte concordi: divento vecchio e la possibilità di inserirmi nel mondo del lavoro si allontana, ci vuole qualcosa di solido, non questi ripieghi, questi lavori provvisori, che mi fanno solo perdere del tempo utile. Una lo suggerisce, un’altra lo appoggia: devo raccontare all’assessore comunale la mia storia di disoccupato volonteroso in cerca di lavoro e rimettermi a Sua Eccellenza. Con un po’ di pazienza, un po’ di fortuna, troverò quella sistemazione stabile nell’azienda municipale o governativa che risolverà tutti i miei problemi. Carmen è a casa perché la padrona è malata e il negozio è chiuso. È una bella occasione per uscire insieme, andare dall’assessore e poi al cinema. Armati di ottimismo, la mano nella mano, andiamo in Municipio in via Garibaldi. Davanti alla porta dell’illustre personaggio troviamo una fila interminabile di gente. I vigili in servizio ci informano che «l’assessore riceve solo nel pomeriggio del martedì, oggi è proprio la giornata giusta, molti sono venuti stamattina presto.» Chiedo perché aspetta tutta questa gente, verosimilmente non potrà essere ricevuta tutta oggi, tantomeno ottenere un lavoro. La risposta arriva pronta, non dai vigili, bensì da un uomo in fila da ore: «Vogliono quello che vogliamo tutti! Tu perché sei venuto?» Guardando la fila mi tornano in mente le scene de Il cappotto con Renato Rascel, con i poveri vecchietti di novanta anni in coda perché in gioventù avevano combattuto per lo Zar nella guerra di Crimea e aspettano la pensione. Continuando di questo passo, di coda in coda di carta bollata in carta bollata di domanda in domanda di intervista in intervista di concorso in concorso di anno in anno in attesa del posto fisso, arriverò anch’io a novant’anni. Dico a Carmen: «Tanto vale andare al cinema.» Ma Carmen ha chiesto informazioni, le hanno detto che l’assessore rimane in ufficio fintanto che c’è gente e riceverà tutti, foss’anche alle dieci di sera. Quando arriva il mio turno l’intervista comincia bene, l’assessore è calmo, una signorina con il foglio bianco nella macchina è pronta a scrivere, un giovanotto serio con una cartella in mano pare interessato. Sul tavolo c’è un vassoio con tre panini, tre brioche e tre cappuccini fumanti. Chiedo se

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