Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 sono entrato nel momento sbagliato, se è meglio che aspetti fuori. «Dica, dica,» risponde l’assessore invitandomi a parlare. Metto l’enfasi sulla mia grande energia, la mia buona volontà, il mio dovere verso la famiglia e la società: «Ho fatto l’apprendista tracciatore in Porto, ho imparato il mestiere dai migliori maestri nell’Officina Meccanica Navale Campanella. Conosco il disegno, ho esperienza, ho lavorato anche da solo, sono un operaio finito. Ho fatto il militare, sono stato congedato pilota specializzato di carro armato M24, ho la patente di guida per automezzi con motore a scoppio e a nafta, sono sano e orgoglioso di essere italiano.» Informo lor signori che non ho mai avuto problemi con la giustizia, che amo una ragazza, abbiamo fatto le pubblicazioni, vogliamo sposarci, ma senza soldi non possiamo. «Bravo bravo, — interrompe il rappresentante dell’autorità cittadina — e cosa possiamo fare noi per Lei, perché è venuto qui?» Oh bella, questa! «Sono venuto a chiederLe di aiutarmi a trovare un’occupazione. Mi piacerebbe lavorare nell’officina comunale, addetto alla manutenzione, alla costruzione, alla lavorazione dei metalli. Se non è possibile posso fare lo spazzino o qualsiasi altro lavoro non specializzato.» La signorina, che a velocità vertiginosa ha battuto a macchina tutto quanto ho detto, conclude con un sospiro due secondi dopo di me. Per qualche istante regna il silenzio. L’assessore mescola lo zucchero nel cappuccino, ne beve un goccio, guarda gli altri due, guarda me e chiede se è la prima volta che vengo lì. Adesso parla il giovanotto: «Abbiamo preso nota del suo caso, ripassi tra un paio di mesi.» Il colloquio è finito, posso andare. Di questi tempi un’edicola è sinonimo di sicurezza e benessere. Toni, che prima non possedeva niente, ha sposato la figlia del giornalaio e si è sistemato. È giovane e generoso, ci conosciamo dai tempi del suo fidanzamento, quando lui aiutava il futuro suocero ed io lavoravo in Porto. Lui sa che sono disoccupato ed io so che lui è presidente dell’Associazione Giornalai della città. Mi suggerisce di fare lo strillone e vendere giornali in strada e mi invita nella sede dell’associazione un pomeriggio quando ci sarà lui dalle 14 in poi. Appena entro nella stanzetta dell’Associazione Giornalai di Genova capisco i limiti del suo potere. Tutto è trascurato, ci sono un tavolo, un vecchio armadio e due sedie in cattivo stato. Il presidente ci viene un paio d’ore la settimana a fare le pulizie e a sbrigare gli affari ordinari. Adesso apre l’armadio per mostrarmi le due pile di domande degli aspiranti strilloni: ex prigionieri di guerra, ex combattenti in Russia, nei Balcani, ex

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