Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 deportati in Germania, invalidi, padri di famiglie numerose, tubercolotici, senza tetto ecc. I punti di vendita sono pochi, chi li ha non li molla. Perché se ne liberi uno deve morire il titolare. Toni non mi ha fatto venire solo per mostrarmi le domande, ma per parlarmi di Padre Celestino, un cappuccino suo amico, molto bravo, che può aiutarmi a trovare lavoro, come ha già fatto con altri bravi ragazzi, disoccupati prima di me. Padre Celestino alloggia con i confratelli all’ultimo piano dell’Ospedale Galliera. Ho l’impressione che Toni non si renda conto del problema: io ho bisogno di un lavoro vero, industriale, e lui mi manda a importunare un frate. Ma insiste: Padre Celestino non si occupa solo di preghiera, ha molte conoscenze nel mondo imprenditoriale. Ancora una volta decido di non lasciare niente di intentato, Galliera non è in capo al mondo. Saranno le undici e mezza del mattino quando arrivo all’ultimo piano dell’ospedale, uno dei più stimati della città, e busso alla porta del convento. Non risponde nessuno. È tardi — penso — avrei dovuto venire prima. Ci riprovo e alla terza volta apre la porta un vecchio frate. «Stanno mangiando! Devi aspettare,» mi dice e sparisce chiudendosi dietro la porta. Mi guardo intorno e non vedo nessuno, ci sono delle panche, mi siedo e aspetto. Dopo circa mezz’ora arrivano tre personaggi che prendono posto accanto a me. Poi ne arrivano altri due e adesso siamo in sei. I miei compagni hanno dimestichezza con l’ambiente, conoscono le regole e non bussano. Quando finalmente il frate riapre la porta, i miei compagni d’attesa estraggono il pentolino che hanno portato con sé e glielo consegnano. «Tu non hai niente?» mi chiede il frate. «No! Veramente sono venuto per parlare con Padre Celestino, è possibile?» «No, non è possibile.» «Posso aspettare?» «No, non ha tempo.» «Quando allora?» «Tra due settimane ha gli esercizi spirituali, si sta preparando, dopo, forse.» Toni l’avrà fatto in buona fede o per scherzo? Non voglio abbattermi. In questo periodo di disoccupazione devo utilizzare bene il tempo, dedicarmi a scrivere qualcosa di originale e tentare il successo per questa via. So che quando avrò trovato lavoro non avrò più tempo e voglia di farlo, la fatica fisica ammazza le idee. È imperativo che io completi il mio racconto perché sono certo di avere qualcosa da dire. Il successo significa la rivincita su tutti quelli che ridono della mia ostinazione. L’impresa è ardua, il traguardo lontano. Mi è stato indicato un maestro. Ci

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