Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Quando comparivo con Francesco, una nostra cliente veniva fuori per essere servita. Ora che sono solo mi fa entrare in casa, vuole vedere la merce sul suo tavolo, si informata della provenienza, della freschezza e del modo migliore di prepararla e mi racconta le pene della sua vita. Non è originaria del luogo, è prigioniera della mentalità locale, della suocera residente al piano soprastante, si sente sola. È giovane, bella e voluttuosa, e mentre le sono accanto dedico più attenzione alla sua grazia che al mio commercio. Si lamenta del marito, che rientra la sera stanco dal lavoro e pensa solo a mangiare e dormire. La figlioletta scorazza nella casa, stringe la madre per le gambe e chiede di essere alzata per vedere i pesci. Uscito in strada rivivo la scena e già non vedo l’ora di ritornare alla sua porta ed essere richiamato dentro. Ma sopra c’è la suocera, che non compra mai niente da me, è sospettosa, senza dubbio mi spia. Per ristabilire il mio equilibrio interiore e l’abituale fedeltà alla Carmen non dovrei più entrare in quella casa, invece conto i minuti che mi separano da lei. Una mattina noto l’assenza della bimbetta. In cucina siamo soli, lei ed io, ed impazzisco di desiderio. Dopo avere ripetuto il rito del pesce e i consueti ragionamenti, lei mi precede nel corridoio e mentre per aprire la porta alza la mano metto la mia sopra la sua. Lei si volta sorridendo dalla mia parte: ecco dunque arrivato il tanto agognato momento, per nessuna ragione al mondo devo sprecare questa occasione! Poggio in fretta su un mobiletto gli attrezzi del mestiere, la sua bocca è a un centimetro dalla mia quand’ecco che la bilancia, completa di piatto di bronzo e peso romano, cade sul pavimento con un gran fracasso. Lei mette l’indice sulla bocca affinché io non fiati e mi invita a uscire. Avrà sentito la suocera? Per oggi ne ho abbastanza. Riprendo la mia attività di pescivendolo ambulante, non guardo più dalla sua parte, non voglio più vedere niente, non voglio più sapere niente. A queste cose non sono abituato, un fatto così mette lo scompiglio nella mia vita. L’educazione familiare e gli anni trascorsi in officina tra il ferro, la polvere e i rumori mi avevano reso un ragazzo per bene. Invece qui con la signora non riesco più a coordinare i propositi, e dunque a pensare serenamente a Carmen, cui voglio molto bene. Se si trattasse di un capriccio passeggero si potrebbe considerarlo già finito, invece sto camminando su di un terreno minato, questa donna parla di sentimenti, di lasciare il quartiere, il marito, di ricominciare tutto da capo. Mi piacerebbe tanto andare con lei a

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